Versioni aramaiche del Padre Nostro

Ecco i Vangeli di Matteo 6, 9-13 e di Luca 11, 2-4 sul Padre Nostro, tratti da una selezione di antichi lezionari in aramaico e aramaico-siriaco. Come già riportato nell’articolo sul Padre Nostro, in questi testi si possono notare i passaggi corrispondenti alla richiesta del pane. Il testo greco di Matteo 6, 11 e Luca 11, 3 parla del pane episoúsios, che è stato spesso tradotto come il pane quotidiano. Tuttavia, la parola greca epioúsios ha dato luogo a molte traduzioni diverse a seconda delle lingue e alcuni Padri della Chiesa l’hanno interpretata come il pane che concerne l’ousía, il pane che è portatore della presenza divina, il pane disceso dal cielo, che è Cristo stesso. Si vedano a questo proposito gli articoli: Girolamo sul Padre Nostro e Origene sul Padre Nostro, nonché Giovanni 6, 22-59 Il pane disceso dal cielo.

Le traduzioni più antiche di questa parola sono quelle che si possono trovare nei lezionari aramaici o aramaico-siriaci, cioè nei libri che venivano utilizzati per la liturgia nei monasteri o nelle chiese della Palestina o nelle regioni più orientali dove si parlava una forma di aramaico chiamata siriaco. Una versione della Bibbia in siriaco, chiamata Peshitta, era in uso nelle chiese orientali.

Sapendo che nelle lingue semitiche la parola pane (leḥem, laḥm) indica un cibo sostanzioso, in arabo, ad esempio, laḥm è usato per la carne, ecco i diversi termini utilizzati nei testi aramaici al posto di epioúsios secondo l’ordine dei manoscritti riprodotti in questo articolo:

1: amyno deyumo’: nel quale confidiamo oppure costante (amyno) del giorno, di questo giorno (deyumo) (in Matteo 6, 11 Cureton)
amyno dekolyom: nel quale confidiamo oppure costante (amyno) di ogni giorno (dekolyom) (in Luca 11, 3 Palinsesto Sinaitico)
La parola amyno, due volteQuesto termine deriva dalla radice aman (come amen), ed esprime la fiducia, la fede in Dio: è Lui che è fedele, degno di fiducia e provvede ogni giorno al necessario per la nostra vita sia materiale che spirituale.

2: ‘atira, ‘atirin: ricco, abbondante (in Matteo 6, 11 in due lezionari aramaici del Monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai e nell’Evangeliarium Hierosolymitanus conservato in Vaticano. Si potrebbe anche ipotizzare per questa parola la variante ‘atidin: che deve venire, che viene, che sta per venire)
La parola ‘atirin ricco: si tratta di un pane che è ricco perché proviene da Dio.

3. sunqonon: dalla radice snq, avere bisogno, essere necessario. Questa stessa parola si ritrova anche in 1 Corinzi 12, 22 per tradurre il greco anankaîos che significa necessario (utilizzato nella Peshitta e presente nei testi in uso oggi nelle Chiese orientali che hanno conservato la tradizione di recitare il Padre Nostro in aramaico).
La parola sunqonon, ciò di cui abbiamo bisogno, richiama anche le parole che Gesù dice poco prima: «Il Padre vostro sa di cosa avete bisogno prima ancora che glielo chiediate» (Matteo 6, 8).

Ecco anche il testo aramaico di altri passaggi del Padre Nostro la cui traduzione dal greco a dato luogo a diverse interpretazioni.

Corrispondente all’espressione greca: «Non ci indurre (mē eisenénkēis hēmās) in tentazione», nelle più antiche versioni aramaiche e anche nella versione siriaca della Peshitta, al verbo greco eisphérō che significa introdurre, condurre verso o dentro, corrispondono le forme aramaiche t‘il t‘l, forme fattitive della radice ‘ll che significa entrare e che hanno quindi lo stesso significato che in greco: far entrare. In un’altra antica versione siriaca dei Vangeli (Cureton) figura la forma fattitiva tyt del verbo ‘t’ venire che significa anche condurre.

In questi testi si nota anche la presenza costante della parola nessayona quando si chiede di non farci entrare nella prova, nella tentazione (Matteo 6, 13 e Luca 11, 4). Grazie a questa parola aramaica, possiamo vedere anche la stretta connessione con l’episodio in cui il popolo nel deserto si ribellò contro Dio e lo mise alla prova: il luogo in cui ciò avvenne è chiamato Massah (che deriva dal verbo nassah) perché il popolo mise Dio alla prova (in ebraico mettere alla prova si dice proprio nassah). Da ciò possiamo capire che la prova che dobbiamo chiedere al Padre di non farci vivere è quella della perdita di fiducia nell’assistenza divina, nella provvidenza, che ci accompagna lungo tutta la vita che è fatta di prove: è un invito a vivere la fiducia filiale fino in fondo, per essere, con l’aiuto del Padre che ci accompagna e ci assiste, vincitori del male.

Di seguito si riportano i testi dei vari manoscritti e i loro riferimenti bibliografici.

1. Questo testo del Vangelo in aramaico riproduce quello del più antico manoscritto ritrovato in questa lingua nel monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai. Si tratta di un palinsesto, ovvero una pergamena sulla quale è stata cancellata la prima scrittura per poter scrivere un nuovo testo. Il testo antico è stato comunque reso leggibile grazie a tecniche chimiche, acidi o, talvolta, raggi ultravioletti.
The old Syriac Gospels or Evangelion da-Mepharreshe; being the text of the Sinai or Syro-Antiochene Palimpsest, including the latest additions and emendations. With the variants of the Curetonian text, corroborations from many other Mss., and a list of quotations from ancient authors, by Lewis, Agnes Smith, 1843-1926. Data di pubblicazione 1910. Biblioteche dell’Università della California
A pagina 13 il testo di Matteo 6, 11-13 presenta il testo del manoscritto detto Curetoniano, poiché le pagine del palinsesto del Sinai sono mancanti; si tratta di un manoscritto datato all’inizio del V secolo e curato da F.C. Burkitt, Evangelien-Mepharreshe, Cambridge: University Press, 1904.
Al contrario, a pagina 157 è trascritto il testo di Luca 11, 2-4 che proviene dal palinsesto Sinaitico, che si suppone sia il testo del manoscritto più antico del Vangelo in aramaico.
Ecco i due passaggi del Padre Nostro:

https://archive.org/details/oldsyriacgospels00lewirich/page/n415

https://archive.org/details/oldsyriacgospels00lewirich/page/n271

2. Ecco il passo di Matteo 6, 9-13 (Luca 9, 2-4 non è conservato) così come figura in tre antichi lezionari aramaici: Codice A conservato in Vaticano (Evangeliarium Hierosolymitanus, anno 1030) e Codice B (anno 1104) e C (anno 1118) conservati nella biblioteca del Convento di Santa Caterina sul Monte Sinai. Sebbene questi manoscritti risalgano all’XI e al XII secolo, il loro interesse deriva dal fatto che erano in uso nei monasteri palestinesi e che sono probabilmente testimoni di antiche versioni utilizzate in Palestina e quindi rappresentativi di un aramaico più vicino a quello parlato dagli apostoli.
The Palestinian Syriac lectionary of the Gospels di Agnes Smith Lewis, Margaret Dunlop Gibson Editore Kegan Paul, Trench, Trübner & Co, 1899
p.130

https://archive.org/details/palestiniansyri00gibsgoog/page/n139

3. Ecco i testi della Peshitta, l’antica versione dell’inizio del V secolo utilizzata dalle chiese di tradizione siriaca.
Il Nuovo Testamento in siriaco. Data di pubblicazione 1905. Robarts – Università di Toronto. Londra, Brit. and For. Bible Soc.

Ecco il testo di Matteo 6, 9-13:

https://archive.org/details/newtestamentinsy00lond/page/n18

Ed ecco Luca 9, 2-4: