Babilonia – Ap 17 e 18

Qui potete trovare il testo dei capitoli 17 e 18 dell’Apocalisse nella traduzione liturgica della CEI.

Questa visione è molto importante per comprendere la realtà spirituale in cui viviamo. Infatti, il nostro spirito può appartenere ed essere diretto o verso la Gerusalemme celeste, la città santa, o verso la città di Babilonia, una città dove lo spirito è preda delle divisioni create dall’egoismo, dall’orgoglio e dal desiderio di potere. In effetti, l’evocazione di Babilonia ci ricorda l’episodio dell’Antico Testamento che ha visto gli uomini spinti dalla ricerca del potere e della ricchezza sollevarsi contro Dio, con il risultato di dividersi, separarsi gli uni dagli altri, non parlando più la stessa lingua (cfr. Genesi 11, 1-9, l’episodio della Torre di Babele). Questo ci parla anche del desiderio dell’uomo, che si è separato dal rapporto filiale e fiduciario con Dio suo creatore, di trovare un rimedio all’angoscia della sua condizione mortale, che è la conseguenza di questa separazione. Senza Dio non c’è vita, non c’è vita felice in comunione con i fratelli e le sorelle. Perciò gli esseri umani cercheranno nei beni terreni i mezzi per assicurarsi la sopravvivenza, attraverso il potere e la ricchezza. Tutto questo aumenterà:

  1. l’orgoglio, che lo separa da Dio perché si adagia nell’illusione di poter garantire la propria sopravvivenza
  2. la sua avidità, che porta alla divisione, separandolo dal suo prossimo, perché per assicurarsi la sopravvivenza non esiterà a salvare la propria vita a spese del suo prossimo, che diventa un rivale piuttosto che un alleato.

Ma questa situazione disastrosa per gli esseri umani intrappolati nella propria angoscia viene ribaltata dall’avvento di Gesù Cristo. Attraverso il suo perdono della moltitudine, egli ci dà accesso a una relazione filiale con Dio, grazie alla quale, a nostra volta, possiamo perdonare coloro che sono diventati nostri fratelli e sorelle. Il peccato che ha diviso l’umanità e ha portato alla separazione delle lingue viene finalmente espiato nel giorno di Pentecoste. In quel giorno, lo Spirito Santo dell’amore di Dio fu riversato sugli apostoli, che miracolosamente parlarono la loro lingua e furono compresi da uomini e donne di tutto il mondo: ognuno li capiva nella propria lingua. Questo preannuncia la riconciliazione che avviene quando le persone accettano il perdono di Gesù. Gli apostoli sono stati mandati nel mondo per perdonare i peccati delle persone, e questo perdono invita i battezzati a fare lo stesso con coloro che li hanno offesi.

Qui, dunque, l’uomo viene reintrodotto nel Paradiso, nella comunione con una moltitudine di fratelli e sorelle; qui entra nella Gerusalemme celeste, perché secondo l’interpretazione dei Padri, il nome di questa città significa “visione della pace”. 

È stato soprattutto Sant’Agostino a sviluppare le spiegazioni della condizione umana, redenta dal peccato e reintrodotta nel Paradiso terrestre attraverso il perdono del peccato ricevuto nel battesimo, con il quale l’essere umano muore al peccato e risorge alla nuova vita di figlio di Dio. Ma è anche vero che, durante la sua vita terrena, l’essere umano rimane esposto alla tentazione e al male, e che se i suoi errori lo portano fuori dalla città celeste e nella città di Babilonia, potrà comunque, mentre è sulla terra, rimediare e ricorrere ancora e ancora, 70 volte 7 volte, al perdono di Dio, per rientrare nella città celeste.

Ora, per comprendere l’antinomia tra la città celeste e la città terrena, chiamata Babilonia nel testo biblico, è importante ribadire che ciò che Dio ha creato è buono. Se ha creato un corpo per l’uomo e la donna, è perché proprio in quel corpo essi possono vivere in piena comunione con Dio. Anzi, Dio stesso ha assunto la nostra condizione mortale, diventando carne, per mostrarci che con il nostro corpo possiamo andare verso di lui. Per fare questo, il nostro corpo deve esprimere e vivere secondo i desideri dello spirito, tendendo alla felicità più grande, quella di amare Dio e il prossimo. Questo corpo deve diventare l’espressione dell’amore che arriva a dare la vita per coloro che ama.

È per questo motivo che Sant’Agostino darà molte spiegazioni sulle due città nel suo libro La città di Dio. Egli vuole evitare che gli esseri umani cadano nella trappola di vedere il corpo come un ostacolo, invece che come un mezzo per vivere ed esprimere l’amore più grande. Perché ciò avvenga, il corpo deve obbedire al desiderio di unirsi a Dio e al prossimo in un rapporto di fiducia; deve seguire il richiamo dello spirito e non quello delle brame terrene, delle conseguenze dell’angoscia dell’uomo che non è in grado di assicurarsi da solo la salvezza, dell’angoscia dell’uomo di fronte alla morte. Tutto ciò che serve a garantire la sua sopravvivenza materiale non è in grado di aiutarlo a partecipare alla vera vita in cui si vive l’amore per il prossimo e per Dio a rischio della propria vita, la vera vita in cui lo spirito dell’uomo è illuminato dallo Spirito Santo che lo conduce nella relazione di fiducia a gustare la fonte dell’amore divino, fonte inesauribile di gioia.

Ecco allora alcuni brani del Libro 14 della Città di Dio di Sant’Agostino, in cui spiega cosa si intende con la parola carne: non un disprezzo per il corpo, ma il nostro attaccamento ai beni terreni, trascurando la vera vita che si nutre dello Spirito Santo d’Amore che dà all’uomo, fatto di carne e spirito, l’accesso alla pienezza della sua immagine e somiglianza con Dio nell’amore per il prossimo. “Come io vi ho amato, così anche voi dovete amarvi gli uni gli altri” (Gv 13,3), ci dice Gesù, questa è la somiglianza divina che risplende nell’essere umano. La fede degli apostoli è una fede nella risurrezione della carne di Cristo e della nostra, ma il corpo risorto sarà perfettamente illuminato dallo spirito, non risponderà all’egoismo della carne, a tutto ciò che potrebbe garantire la sopravvivenza terrena dell’uomo. Il corpo risorto dell’uomo sarà un corpo spirituale, come dice San Paolo (1 Corinzi 15, 40-44), in totale armonia con lo spirito che lo abita, lo Spirito dell’amore di Dio, che fa del corpo un luogo di incontro e di unione dell’essere umano con Dio, perché lo spirito d’amore che abita l’uomo lo porta a offrire la sua vita, attraverso il suo corpo, per coloro che ama.

Per comprendere i testi dei Padri Agostino e Césaire d’Arles citati di seguito, dobbiamo anche sapere che la città di Babilonia è rappresentata da una donna prostituta (Ap 17,3-5). È importante notare che in tutta la Bibbia il grave peccato dell’idolatria, l’atto di abbandonare Dio per altri dei, viene chiamato prostituzione. A titolo di esempio, potremmo leggere l’intero libro di Osea. Dio costringe questo profeta a sposare una prostituta, che poi lo abbandona per seguire altri amanti. In questo modo, sua moglie diventa l’immagine vivente del popolo che abbandona Dio, colui che gli ha dato la vita. Tuttavia, la storia di Osea ci mostra anche la clemenza divina che chiede al profeta di riportare a casa sua la donna che lo aveva abbandonato e promette di renderla più bella di quando era giovane; egli stesso la prepara per le nozze come una giovane ragazza, una vergine. Questo diventa un’immagine del perdono di Dio, che con il suo spirito restituisce alla creatura che torna a lui il suo splendore originario. Così la prostituzione è soprattutto l’immagine del peccato dello spirito che abbandona Dio, mentre la verginità è l’immagine della persona che rimane attaccata a Dio e non si prostituisce con altri dei. Né gli altri dei e l’idolatria riguardano solo l’atteggiamento strettamente religioso degli esseri umani. Gesù parla spesso di Mammona (Matteo 6:24), il dio che rappresenta il nostro attaccamento al denaro. Coloro che si dedicano alla ricerca di beni terreni deperibili come il potere, la ricchezza e il piacere fanno di questi beni i propri dei, e questi dei li separano dal rapporto filiale con il loro Creatore.

Nelle citazioni che seguono, Sant’Agostino e Cesario d’Arles spiegheranno queste due tendenze e l’appartenenza dell’uomo alle due città, e come sia possibile passare dall’una all’altra.

Questo è anche analogo alle due tendenze dell’anima descritte nell’episodio di Caino e Abele nel libro della Genesi: Caino che cerca di acquisire beni terreni e Abele che riceve l’abbondanza della creazione come dono di Dio. Si veda anche l’articolo Genesi 4, 1-15 Caino e Abele.

Agostino (354-430), Città di Dio, Libro 14:

Cap. 1.
Abbiamo già detto nei libri precedenti che Dio, volendo unire strettamente gli uomini non solo per la comunità della natura, ma anche per i nodi di parentela, li ha fatti nascere tutti da uno, e che il genere umano non sarebbe stato soggetto alla morte, se Adamo ed Eva (quest’ultima derivata dal primo uomo, che a sua volta è nato dal nulla) non avessero meritato questo castigo con la loro disobbedienza, che ha corrotto tutta la natura umana e ha trasmesso il loro peccato ai loro discendenti, così come la necessità di morire. Da allora, l’impero della morte è diventato così radicato tra gli uomini che tutti sarebbero stati gettati nella seconda morte, che non avrà fine, a meno che una grazia gratuita di Dio non salvasse alcuni di loro. È per questo che tante nazioni nel mondo, così diverse per modi, costumi e lingua, formano insieme solo due società di uomini, che possiamo giustamente chiamare città, secondo il linguaggio della Scrittura. Una è composta da coloro che vogliono vivere secondo la carne, l’altra da coloro che vogliono vivere secondo lo spirito; e quando entrambe hanno ottenuto ciò che desiderano, sono in pace, ognuna a modo suo.
Cap. 2
Innanzitutto, cosa significa vivere secondo la carne e cosa significa vivere secondo lo spirito? Chi non conosce bene il linguaggio delle Scritture potrebbe pensare che gli epicurei e gli altri filosofi sensuali, e tutti coloro che, senza professare la filosofia, conoscono e amano solo i piaceri dei sensi, siano gli unici a vivere secondo la carne, perché pongono il massimo bene dell’uomo nel piacere del corpo, mentre gli stoici, che lo pongono nell’anima, vivono secondo lo spirito; Ma non è così e, nel senso della Scrittura, entrambi vivono secondo la carne. Infatti, essa non chiama carne solo il corpo di ogni animale mortale e terreno, come quando dice: “Tutta la carne non è la stessa carne; perché diversa è la carne dell’uomo, diversa è la carne delle bestie, diversa è la carne degli uccelli, diversa è la carne dei pesci” (1 Corinzi 15:39); Tra l’altro, la fa significare all’uomo stesso, prendendo la parte per il tutto, come in questo passo dell’Apostolo: “Nessuna carne sarà giustificata dalle opere della legge” (Romani 3:20); dove per nessuna carne si intende nessun uomo, come dichiara lo stesso San Paolo nell’epistola ai Galati 3:11: “Nessun uomo sarà giustificato dalla legge”, e poco dopo: “Sapendo che nessuno sarà giustificato dalle opere della legge”. È in questo senso che vanno prese le parole di San Giovanni 1,14: “Il Verbo si fece carne”, cioè uomo. Alcuni, avendo frainteso questo, hanno pensato che Gesù Cristo non avesse un’anima umana. Come la parte viene intesa come il tutto nelle parole di Maria Maddalena: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno deposto” (Gv 20,13), con le quali intendeva solo il suo corpo, che credeva fosse stato portato via dal sepolcro, così il tutto viene talvolta inteso come la parte, come nelle espressioni che abbiamo appena citato.
Se vogliamo sapere cosa significa vivere secondo la carne, consideriamo attentamente questo luogo di San Paolo in Galati 5,19-21, dove dice: “Le opere della carne sono facili da vedere, come l’adulterio, la fornicazione, l’impurità, la fornicazione, l’idolatria, gli avvelenamenti, le inimicizie, le contese, le gelosie, le animosità, le dissensioni, le eresie, le invidie, le ubriachezze, le dissolutezze e simili, di cui vi ho detto e vi dico ancora che chi commette questi delitti non possederà il regno di Dio”. Tra le azioni della carne che l’Apostolo dice essere facili da conoscere e che condanna, troviamo non solo quelle che riguardano la voluttà del corpo, come la fornicazione, l’impurità, la fornicazione, l’ubriachezza e la gola, ma anche quelle che riguardano solo lo spirito. Infatti, chi non converrà che l’idolatria, gli avvelenamenti, le inimicizie, le contese, le gelosie, le animosità, i dissensi, le eresie e le invidie sono vizi dell’anima piuttosto che del corpo? Può darsi che uno si astenga dai piaceri del corpo per darsi all’idolatria o per formare qualche eresia, eppure un uomo del genere è convinto dall’autorità dell’Apostolo che non vive secondo lo spirito e, proprio nella sua astinenza dai piaceri della carne, è certo che sta praticando le azioni dannose della carne. Le inimicizie non sono forse nello spirito? Chi oserebbe dire al suo nemico: Hai una carne malvagia contro di me, per non dire una volontà malvagia? Infine, è chiaro che le animosità riguardano l’anima, così come l’ardore carnale riguarda la carne. Perché, allora, il Dottore delle Genti chiama tutte queste opere della carne, se non utilizzando quel modo di parlare che esprime il tutto con la parte, cioè l’uomo intero con la carne? Cap. 3
Affermare che la carne è la causa di tutti i vizi e che l’anima fa il male solo perché è soggetta agli affetti della carne, non significa prestare la dovuta attenzione all’intera natura dell’uomo. È vero che “il corpo corruttibile appesantisce l’anima” (Sap 9,15); perciò l’Apostolo, parlando di questo corpo corruttibile, di cui poco prima aveva detto: “Anche se il nostro uomo esteriore è corrotto” (2 Corinzi 16), aggiunge: “Sappiamo che se questa casa terrena si dissolve, Dio deve darci un’altra casa in cielo che non sarà fatta da mani d’uomo”. È questo che ci fa desiderare il momento in cui potremo rivestirci della gloria di quella casa celeste, se saremo trovati vestiti e non nudi. Infatti, mentre siamo in questa dimora mortale, gemiamo sotto il peso; eppure, non desideriamo essere spogliati, ma essere rivestiti in alto, affinché ciò che è mortale in noi sia assorbito dalla vita” (2 Corinzi 5:1-4). Siamo dunque trascinati da questo corpo corruttibile come da un peso; ma poiché sappiamo che ciò deriva dalla corruzione del corpo e non dalla sua natura e sostanza, non vogliamo esserne spogliati, ma essere rivestiti di immortalità. Perché questo corpo rimarrà sempre; ma non essendo corruttibile, non ci peserà. Resta dunque vero che quaggiù “il corpo corruttibile appesantisce l’anima, e che questa dimora terrena deprime la mente che pensa molto” (Sap 9,15), e, allo stesso tempo, è un errore credere che tutti i disturbi dell’anima derivino dal corpo. In questi bellissimi versi, Virgilio esprime la dottrina platonica in questi bellissimi versi:
“Figlie del cielo, le anime sono animate da una fiamma divina, finché un involucro corporeo non ne intorpidisce l’attività sotto il peso di organi terreni e membra moribonde” (Eneide, Libro VI, vv. 730-732).
Invano egli collega al corpo le quattro note passioni dell’anima: il desiderio e la paura, la gioia e la tristezza, nelle quali vede la fonte di tutti i vizi: “E di qui”, dice, “le paure e i desideri, le tristezze e le gioie di quelle anime prigioniere che, dal fondo delle loro tenebre e della loro spessa prigione, non possono più alzare lo sguardo al cielo”.
La nostra fede ci insegna qualcosa di molto diverso. Ci dice che la corruzione del corpo che appesantisce l’anima non è la causa, ma la punizione del primo peccato; quindi, non dobbiamo attribuire tutti i disordini alla carne, anche se essa eccita in noi certi desideri sfrenati, perché ciò significherebbe giustificare il diavolo, che non ha carne. Non si può certo dire che sia fornicatore, né ubriacone, né soggetto agli altri peccati della carne; eppure, non manca di essere estremamente superbo e invidioso, tanto che per questo è stato gettato nelle tenebrose prigioni dell’aria e destinato ai tormenti eterni. (Cfr. Efesini 2, 2-3) Ora, questi vizi che hanno stabilito il loro impero nel diavolo, San Paolo li attribuisce alla carne, anche se è certo che il diavolo non ha carne. Dice che le inimicizie, le contese, le gelosie, le animosità e le invidie sono opere della carne, così come la superbia, che è la fonte di tutti questi vizi, e quella che domina particolarmente nel diavolo. Infatti, chi è più nemico dei santi di lui? Chi ha più astio contro di loro? Chi è più geloso della loro gloria? Dal momento che ha tutti questi vizi senza la carne, come possiamo capire che sono opere della carne, se non perché sono opere dell’uomo, identificate da san Paolo con la carne? Infatti, non perché avesse la carne (perché il diavolo non ne ha), ma perché voleva vivere secondo se stesso, cioè secondo l’uomo, l’uomo è diventato come il diavolo. Anche il diavolo ha voluto vivere secondo se stesso, quando non è rimasto nella verità; così che quando ha mentito, non è stato da Dio, ma da se stesso, da colui che non solo è bugiardo, ma anche padre della menzogna (Gv 8,44); da colui che ha mentito per primo, e che è autore del peccato solo perché è autore della menzogna.

Cap. 4
[Abbiamo detto che tutti gli uomini sono divisi in due città diverse e contrarie, perché alcuni vivono secondo la carne e altri secondo lo spirito; possiamo anche esprimere la stessa idea dicendo che alcuni vivono secondo l’uomo e altri secondo Dio. San Paolo usa questa espressione anche nell’epistola ai Corinzi, quando dice: “Poiché tra voi c’è ancora rivalità e gelosia, non è forse evidente che siete carnali e camminate ancora secondo gli uomini?” (1 Corinzi 3,3). È dunque la stessa cosa camminare secondo l’uomo ed essere carnali, prendendo la carne, cioè una parte dell’uomo per tutto l’uomo. Poco prima aveva definito animali quelli che qui chiama carnali: “Chi degli uomini”, dice, “conosce ciò che è nell’uomo, se non lo spirito stesso dell’uomo che è in lui? Così nessuno conosce ciò che è in Dio se non lo spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo spirito di Dio, per conoscere i doni che Dio ci ha dato; e li annunciamo non nel linguaggio dotto della sapienza umana, ma come uomini istruiti dallo spirito di Dio, che parlano spiritualmente di cose spirituali. L’uomo animale, infatti, non può concepire ciò che è lo spirito di Dio, perché è stoltezza per i suoi sensi” (1 Corinzi 2, 11-14). Si rivolge a questo tipo di uomini, che sono ancora animali, quando dice poco più avanti: “Perciò, fratelli miei, non ho potuto parlare a voi come a persone spirituali, ma come a uomini ancora carnali” (1 Corinzi 3:1), che è ancora da intendere nello stesso modo, cioè la parte per il tutto. L’uomo intero può essere designato dallo spirito o dalla carne, che sono le due parti che lo compongono; e quindi l’uomo animale e l’uomo carnale non sono due cose diverse, ma una sola e medesima cosa, cioè l’uomo che vive secondo l’uomo. […]

Cap. 5
Ciò che non è buono è abbandonare il Creatore per vivere secondo un bene creato, sia che si voglia vivere secondo la carne, sia che si voglia vivere secondo l’anima, sia che si voglia vivere secondo l’uomo intero, che è composto da entrambi. Chi glorifica l’anima come bene supremo e condanna la carne come male, ama l’una e rifugge l’altra carnalmente, perché sia il suo odio che il suo amore non sono basati sulla verità ma su una falsa immaginazione. 


Ecco l’omelia 16 di San Cesario di Arles, che riassume con parole semplici interpretazioni già presenti in altri Padri della Chiesa, in particolare in Sant’Agostino.

Cesario d’Arles (470-542) in: L’Apocalypse expliquée par Césaire d’Arles, Les Pères dans la foi, DDB, 1989, Paris, Homélie 16, p.128-134:

Quando sentite il nome di Babilonia, cari fratelli, non intendete una città costruita di pietre, perché Babilonia significa confusione, come è stato spesso detto; ma riconoscete che questo nome designa uomini orgogliosi, ladri, lussuriosi ed empi che perseverano nei loro peccati; invece, quando sentite il nome di Gerusalemme, che significa visione di pace, intendete con questo gli uomini santi che appartengono a Dio.
Babilonia, infatti, è l’immagine degli uomini malvagi, per questo dice di loro nel passo seguente: “Perché tutte le nazioni e i re della terra hanno bevuto del vino dell’ira della sua prostituzione e hanno fornicato con lei” (Ap 18,3), cioè tra di loro: Infatti tutti i re non possono aver fornicato con una sola prostituta; ma mentre i fornicatori, che sono i membri della prostituta, si corrompono a vicenda) si dice che hanno fornicato con la prostituta, cioè con i loro costumi dissoluti. Poi dice: “E tutti i mercanti della terra si sono arricchiti con l’abbondanza del suo lusso” (Ap 18,3). Qui sta parlando di coloro che sono ricchi nel peccato, perché il lusso eccessivo produce povertà e non ricchezza. 
E udii un’altra voce dal cielo che diceva: “Popolo mio, esci di qui, perché non partecipi ai suoi peccati e non subisca i suoi flagelli”” (Ap 18, 4). In questo luogo, egli mostra che Babilonia è divisa in due parti: infatti, quando, sotto l’ispirazione di Dio, i malvagi si convertono al bene, Babilonia si divide; e la parte che si è allontanata da lei diventa Gerusalemme. Ogni giorno, infatti, si passa da Babilonia a Gerusalemme e da Gerusalemme ci si smarrisce verso Babilonia, quando i malvagi si convertono al bene e quando coloro che sembravano buoni con la loro ipocrisia si rivelano pubblicamente malvagi.
Infine, a proposito dei buoni, la Scrittura dice anche in Isaia: “Uscite di mezzo a loro e non toccate nulla di impuro; uscite di mezzo a loro e separatevi da loro, voi che portate i vasi del Signore” (Is 52,11). L’Apostolo ci ricorda questa separazione dicendo: “Perché il saldo fondamento di Dio dura, e il Signore conosce i suoi”, e “chiunque invoca il nome del Signore si allontani dall’iniquità” (2 Tim 2,19). Non partecipate ai suoi peccati”, dice, “e non siate afflitti dalle sue piaghe” (Ap 18,4). Poiché è scritto: “Il giusto, qualunque sia la morte che lo ha colpito, godrà del riposo” (Sap 4,1), come può il giusto, che è stato preso con gli empi nella caduta della città, condividere il peccato? Se non, forse, quando i buoni usciranno dalla città del diavolo, cioè dai costumi immorali ed empi, se qualcuno di loro ha voluto rimanere a godere dei piaceri di Babilonia: se lo hanno fatto, senza dubbio parteciperanno alla sua piaga.
Ma se dice tante volte “uscite”, non lo si intenda corporalmente, ma spiritualmente. Si esce dal mezzo di Babilonia quando si abbandona la cattiva condotta. Infatti, in una sola casa, in una sola Chiesa e in una sola città vivono insieme gli abitanti di Gerusalemme e quelli di Babilonia; eppure, finché i buoni non seguono i malvagi e i malvagi non si rivolgono ai buoni, Gerusalemme si riconosce nei buoni e Babilonia nei malvagi. Essi abitano insieme nel corpo, ma nel cuore sono molto divisi: perché lo stile di vita dei malvagi è sempre terreno, perché amano la terra e hanno riposto tutta la loro speranza e tutto il desiderio della loro anima nelle cose della terra; ma lo spirito dei buoni, secondo l’Apostolo, è sempre proteso verso le cose celesti (Fil 3,20), perché hanno il gusto delle cose di lassù (cfr. Col 3,2). Egli dice: “Uscite da lei”, cioè dal “mio popolo” Babilonia, “perché non partecipiate ai suoi peccati e non siate afflitti dai suoi flagelli” (Ap 18,4).
“Perché i suoi peccati sono arrivati fino al cielo e Dio si è ricordato delle sue iniquità. Trattatela come vi ha trattato e datele il doppio secondo le sue azioni: nel calice in cui vi ha preparato una mistura da bere, preparate per lei una mistura doppia. Per quanto si è glorificata e ha vissuto nella gioia, datele anche tormento e dolore” (Ap 18, 5-7). Dio sta dicendo tutto questo al suo popolo, ai buoni cristiani, in altre parole alla Chiesa:
“Trattatela come lei ha trattato voi” (Ap 18, 6); perché è dalla Chiesa che le piaghe visibili e invisibili cadono sul mondo. “Perché Babilonia”, cioè il popolo di tutti i malvagi e superbi, “dice in cuor suo: “Siedo come una regina e non sono vedova, né vedrò il lutto”. Perciò in un giorno verranno le sue piaghe, la morte, il lutto e la carestia, e sarà consumata dal fuoco” (Ap 18, 7-8). Se muore e viene bruciata in un solo giorno, chi sopravviverà per piangere il morto? O quale può essere la carestia di un solo giorno? Ma con questo giorno egli intendeva riferirsi alla breve durata della vita presente, durante la quale siamo afflitti spiritualmente e corporalmente: infatti, per tutti i superbi e per coloro che sono dediti alla voluttà, sull’anima si abbattono dolori maggiori che sul corpo.
Anzi, sono colpiti da una piaga più grande quando si gloriano delle loro iniquità e così, per un giusto giudizio di Dio, ricevono licenza di fare il male. In questo modo, non meritano di essere puniti con i figli di Dio (cfr. Eb 12,6), ma in loro si compie ciò che è scritto: “Non hanno parte al castigo degli uomini e non saranno puniti con gli uomini; per questo la loro superbia li ha trattenuti” (Sal 72,5-6). “Perché è il potente, il Signore Dio, che la giudicherà” (Ap 18,8).
“E i re della terra, che si sono prostituiti con lei, piangeranno e si lamenteranno su di lei” (Ap 18, 9). Quali re piangeranno per la sua rovina, se questi re l’hanno rovesciata? Ma come è la città, così sono i re che la piangono. Non è per il peccato di lussuria che hanno commesso con essa che piangono in segno di penitenza; ma è perché riconoscono che la prosperità del mondo, grazie alla quale erano schiavi della loro voluttà, è scomparsa; e poiché quelle cose che prima li soddisfacevano attraverso la lussuria cominciano a cessare per loro, i dissoluti si distruggeranno l’un l’altro, “come il fumo dell’imminente gehenna”. Stando lontani per paura del suo tormento” (Ap 18,9). Lontano, non nel corpo ma nello spirito, perché ognuno teme per sé ciò che vede soffrire un altro a causa della calunnia e del potere dei superbi. “Guai a te! Babilonia, grande città, potente città, perché in un giorno verrà la tua distruzione” (Ap 18,10). Lo Spirito dice loro il nome della città, ma essi deplorano il fatto che il mondo sia stato spazzato via in un tempo brevissimo e che ogni attività sia cessata.
“E i mercanti di cavalli, di carri e di schiavi, che si sono arricchiti con questo commercio, se ne staranno lontani, piangendo e lamentandosi e dicendo: “Guai a te, guai alla grande città”” (Ap 18,15-16). Ovunque lo Spirito parli di mercanti arricchiti da essa, intende le ricchezze dei peccatori. È “vestita di lino fino, di porpora e di scarlatto, ornata d’oro, di pietre preziose e di perle” (Ap 18,16). Una città è forse vestita di lino fine e porpora? Non sono piuttosto gli uomini? Ecco perché sono loro a lamentarsi di essere stati spogliati di tutte queste cose. “E tutti i piloti e tutti quelli che vanno per mare, i marinai e tutti quelli che lavorano in mare, stettero lontani e gridarono a gran voce quando videro il fumo del suo incendio” (Ap 18,17-18). Potevano essere presenti tutti i piloti e i marinai che lavorano in mare per vedere il rogo di una sola città? Ma egli intende dire che tutti coloro che amano il mondo e compiono l’iniquità temeranno per se stessi quando vedranno la rovina della loro speranza.
Poi dice: “E vidi la bestia, i re della terra e il loro esercito” (Ap 19,19). La bestia rappresenta il diavolo: i re della terra e il loro esercito, tutto il suo popolo, “si riunirono per far guerra a colui che sedeva sul cavallo e al suo esercito” (Ap 19,19), cioè a Cristo e alla Chiesa. “E vidi un altro angelo che scendeva dal cielo” (Ap 20, 1). È il Signore Cristo nel suo primo avvento. “Aveva la chiave del pozzo senza fondo” (Ap 20,1), cioè il potere sulle persone: infatti, per pozzo senza fondo intendiamo le persone malvagie. “E aveva una grande catena in mano” (Ap 20, 1), il che significa che Dio ha dato il potere nelle sue mani. “E prese il dragone, il serpente antico, che è il diavolo e Satana, e lo legò per mille anni” (Ap 20,2), alla sua prima venuta, come egli stesso dice: “Chi può entrare in casa di un uomo forte e portargli via i mobili, se prima non ha legato l’uomo forte” (Mt 12,29). Infatti, quando scaccia il diavolo dal cuore dei credenti, lo manda nell’abisso, cioè nelle persone malvagie; e lo dimostrò visibilmente quando, scacciando i demoni, permise loro di passare dagli uomini ai maiali che stavano per essere inghiottiti nell’abisso (cfr. Mt 8, 32): ciò avveniva soprattutto da parte degli eretici.

Tyconius (IV secolo, morto intorno al 395), Commentaire de l’Apocalypse, Introduction, traduction et notes par Roger Gryson, Brépols, 2011, p.192, n.21:

“E la donna che avete visto è la grande città, che regna sui re della terra” (Ap 17, 18). La donna, la città e i re della terra sono la stessa cosa. Questo è anche ciò che è stato detto della Chiesa: “Vieni, ti mostrerò la moglie dell’Agnello. Ed egli mi mostrò la città che scende dal cielo” (Ap 21,9-10) e, dopo averla descritta, dice: “E i re della terra vi portano la loro gloria” (Ap 21,24). Ci sono infatti due città nel mondo, una che appartiene a Dio e una che appartiene al diavolo, una che viene dall’abisso, l’altra dal cielo.