La collera di Dio – Apocalisse 14

Apocalisse 14, 6-20:

06 Poi vidi un altro angelo che volava a mezz’aria; aveva un vangelo eterno da annunciare, una buona notizia per tutti gli abitanti della terra, per ogni nazione, tribù, lingua e popolo.
07 Diceva a gran voce: “Temete Dio e dategli gloria, perché è giunta l’ora del suo giudizio; adorate colui che ha fatto il cielo e la terra, il mare e le sorgenti d’acqua”.
08 Un altro angelo, il secondo, venne dopo di lei. Disse: “Babilonia la Grande è caduta, è caduta, colei che ha fatto bere a tutte le nazioni il vino dell’ira della sua prostituzione”.
09 Un altro angelo, il terzo, venne dopo di loro. Disse a gran voce: “Se qualcuno adora la Bestia e la sua immagine, se ne riceve il marchio sulla fronte o sulla mano,
10 anch’egli sarà fatto bere del vino dell’ira di Dio, versato senza mescolanza nella coppa della sua ira; sarà torturato con fuoco e zolfo davanti agli angeli santi e all’Agnello.
11 E il fumo di questi supplizi salirà per i secoli dei secoli. Non avranno riposo né giorno né notte coloro che adorano la Bestia e la sua immagine e chiunque riceva il marchio del suo nome”.
12 Qui vediamo la perseveranza dei santi, coloro che osservano i comandamenti di Dio e la fede di Gesù.
13 Poi udii una voce dal cielo. Essa disse: “Scrivi: Beati i morti che muoiono nel Signore d’ora in poi. Sì, dice lo Spirito, si riposino dalle loro pene, perché le loro opere li seguono”.
14 Poi vidi: ed ecco una nuvola bianca e sulla nuvola sedeva uno che sembrava un Figlio d’uomo. Sul suo capo c’era una corona d’oro e nella sua mano una falce affilata.
15 Un altro angelo uscì dal Santuario. Gridò a gran voce a colui che sedeva sulla nube: “Getta la falce e mieti: è giunta l’ora della mietitura, perché la messe della terra sta appassendo”.
16 Allora colui che era seduto sulla nube gettò la falce sulla terra e la terra fu mietuta.
17 Poi un altro angelo uscì dal santuario del cielo; anch’egli aveva una falce affilata.
18 Un altro angelo uscì dall’altare; aveva potere sul fuoco. Chiamò a gran voce colui che aveva la falce affilata: “Getta la tua falce affilata e raccogli i grappoli della vite dalla terra, perché l’uva è matura”.
19 L’angelo allora gettò la falce sulla terra, raccolse i grappoli dalla terra e gettò l’uva nell’immenso tino del furore di Dio.
20 Cominciarono a calpestare fuori dalla città e il sangue uscì dal tino, fino al morso dei cavalli, per una distanza di milleseicento furlong.


Contenuti

  • Contro cosa si arrabbia Dio? Contro ciò che inganna l’uomo, contro ciò che lo travia.
  • È contro il male che è diretta l’ira di Dio, non contro i suoi nemici, contro gli uomini. La vittoria di Cristo è una vittoria sul male, non contro i suoi nemici in carne e ossa.
  • Il male è sconfitto per sempre, questo è il messaggio dell’Apocalisse. L’uomo non potrà mai tornare ai suoi vecchi errori. Questo è vero anche nella nostra vita, quando ci rendiamo conto dei nostri errori. L’esperienza del male e il riconoscimento delle proprie colpe ci aiutano a muoverci verso il bene.
  • Il nemico non è un essere umano, il nemico è il male. Dio non vorrà mai eliminare uno solo dei suoi figli; preserverà la vita di ciascuno, fino alla fine, anche a dispetto delle sue scelte sbagliate, anche se fa del male, sperando che arrivi a se stesso, che capisca. Per questo l’uomo è libero di andare fino in fondo nell’esperienza del male. Conoscere qualcosa, nel linguaggio biblico, significa sperimentarla, metterla alla prova.
  • Dio trattiene la sua ira per permettere al peccatore di pentirsi, ma quando lascia il male libero di andare fino in fondo nella persecuzione dei giusti, questo è ciò che la Bibbia chiama ira, perché quando gli innocenti vengono uccisi gli ingiusti condannano se stessi. Paradossalmente, l’ira di Dio si esprime accettando la sua passione fino in fondo, amandoci fino a dare la vita per noi. Chi rifiuta di accettare l’offerta di amore e di perdono si separa dalla felicità.

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Il male nell’uomo sarà estirpato. Dio ha dato all’uomo il dono della libertà, perché lo ha fatto a sua immagine e somiglianza. Dio è amore e l’amore nasce da una libera scelta. Se fossimo obbligati ad amare, non sarebbe amore, ma paura. Paura di disobbedire a un ordine, paura di una punizione. La scelta di amare deve essere assolutamente libera, se vogliamo essere veramente come Dio, se vogliamo che la nostra gioia e la nostra gloria derivino da questa scelta. Nel matrimonio, come coppia, ad esempio, scegliamo di amare qualcuno e di essere capaci di amarlo fino alla fine della nostra vita, per tutti gli anni, fino a dare la vita per l’altra persona. Questo sarà fonte di gioia infinita nella gloria del cielo.

All’inizio, dunque, c’è la volontà di Dio di associarci alla sua gioia, di farci sperimentare la gioia di amare, fino in fondo, totalmente, come lui ama. E per rendere possibile questo, ci offre la libertà di amare o non amare. Ci fa a sua immagine e somiglianza, cioè capaci di amare, e si prende cura di noi come un padre e come una madre, piena di premure, affinché questa immagine, questa potenzialità, arrivi alla piena somiglianza con lui, cioè alla piena esperienza della gioia di amare.

Ma anche il male è frutto di questa libertà; anche la scelta di non amare fa parte della libertà che Dio offre alle sue creature. Le creature di Dio non comprendono solo gli esseri umani, ma anche le creature spirituali, gli angeli e le intelligenze, che sono chiamate a vivere nella pienezza della gioia che deriva dalla contemplazione della bontà e della bellezza di Dio. Anche queste intelligenze hanno ricevuto il dono della libertà, che Dio non intende togliere loro. L’angelo è anche il portavoce di Dio, colui che sottilmente, poiché non ha corpo, ci ispira l’amore di Dio, ci guida, impercettibilmente. Purtroppo, quando un angelo sceglie di non amare, anche la sua intelligenza, rivolta agli uomini, cercherà di allontanarli sottilmente da Dio e dall’amore. Infatti, anche gli esseri umani sono intelligenti e capaci di scegliere da soli, di distinguere tra il bene e il male, tra ciò che sarà fonte di felicità e gioia eterna e ciò che li porterà alla distruzione. I demoni agiranno quindi con astuzia, presentando come buono ciò che non lo è, cercando di rovesciare anche la visione del bene. Presentare come giusto e bello ciò che al contrario porta alla disgrazia.

Le parole che Dio rivolge all’umanità, attraverso i suoi angeli e profeti, non sono comandamenti o ordini, ma parole piene di benevolenza. Gesù ci ricorda: “Vi ho detto questo perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa”. (Giovanni 15, 11). Li chiamiamo comandamenti perché non siamo fiduciosi come lo è Dio nei nostri confronti. Quando parliamo con un bambino che non capisce, dopo avergli suggerito dolcemente di fare qualcosa per il suo bene, e vedendo che non lo fa, passiamo agli ordini e, se necessario, alle minacce: “Se non lo fai, soffrirai questo o quello”. Non è così per Dio nostro Padre, che ha anche la tenerezza e la benevolenza di una madre. Egli continua, con infinita pazienza, a suggerire all’umanità la strada giusta che porta al bene, nonostante il rifiuto, all’infinito, a qualunque costo. Infatti, quando i profeti che portano la sua parola vengono uccisi o perseguitati, insiste nel servirsi di loro con un volto di misericordia, e quando i profeti non bastano, viene lui stesso ad annunciare ai suoi figli la buona notizia, la via della felicità e della gioia. La sua parola si fa carne in Gesù Cristo, che rivelerà il vero volto del Padre, perdonando gli uomini fino alla fine, fidandosi dei suoi figli: sa che alla fine capiranno e sceglieranno l’amore. In altre parole, saranno in grado di distinguere il vero amore dal male, che viene continuamente presentato loro sotto le sembianze del bene. Le sue ultime parole sulla croce testimoniano questo atteggiamento: “Perdona loro, Padre, perché non sanno quello che fanno”. È la tenerezza dei genitori verso i giovanissimi, anche se gli uomini che lo torturano sono adulti, eppure si sono smarriti: non hanno riconosciuto il bene, non sanno dove sta la loro felicità. È perdonando 70 volte 7 volte che Dio rivelerà loro il vero amore, non solo quando la sua parola si farà carne in Gesù, ma quando il suo stesso spirito d’amore ispirerà i suoi figli.

Ecco, dunque, la parabola in cui Gesù illustra l’atteggiamento di Dio nei confronti dell’uomo che non sa, che non capisce, che non distingue tra bene e male. È la parabola de Il figliol prodigo (Luca 15, 11-32). Un figlio, ancora giovane, probabilmente intorno ai 18 o 20 anni, chiede al padre la sua parte di eredità; vuole lasciare la casa di famiglia, ma insulta il padre come se fosse morto. Ora, un padre umano, prevedendo l’inesperienza dovuta alla giovane età del figlio, probabilmente non gli avrebbe offerto l’equivalente della sua parte di eredità perché la usasse male, la sperperasse e la sprecasse. Tuttavia, il padre nella parabola rappresenta Dio stesso, si fida di lui, come se dicesse a se stesso: “È ancora giovane, non sa quello che fa, capirà dove sta il vero bene, saprà riconoscerlo”. In realtà, il giovane ha già esperienza di questo bene e di questa felicità, ma non l’ha ancora riconosciuta. Non ha messo alla prova l’amore di suo padre, eppure lo sta già ricevendo, ogni giorno. Deve arrivare alla fine della strada che porta via da quell’amore per riconoscerlo, per sperimentare la sua infinita misericordia. Deve sperimentare tutto ciò che è una felicità illusoria, ingannevole. È così che il padre della parabola lo lascia andare. Confida nel suo ritorno e, pieno di benevolenza, lo aspetta ogni giorno, vegliando ogni giorno sul suo ritorno dalla cima della collina, scrutando la strada che porta alla casa.

Questa è la difficoltà che l’umanità incontra nel comprendere l’atteggiamento di Dio: perché permette al male tanta libertà? Perché questo giovane si spinge agli estremi, spendendo i suoi soldi per bere, abbandonandosi a piaceri che non lo porteranno a una felicità stabile, ma temporanea e illusoria? Dio permette ai suoi figli e alle sue figlie di andare fino in fondo nell’esperienza del male; alla fine sapranno, capiranno, riconosceranno il vero volto del male. Perché questo avvenga, il male deve anche poter condurre l’umanità dove vuole, e alla fine l’umanità capirà che non l’ha condotta alla felicità, alla felicità eterna. Infatti, come dice Agostino, non dobbiamo avere paura di perdere la felicità se vogliamo che la felicità sia autentica. Se abbiamo sempre paura di perderla, questa non è la vera felicità, la vera pace. La felicità deve essere eterna e pensata come tale per essere fonte di gioia. Solo l’amore può soddisfare questa esigenza, l’amore di cui avremo visto il vero volto, l’amore che ci avrà condotto fino alla fine.

Allora, quando l’umanità avrà visto il vero volto del male, capirà, rinsavirà, e non solo alla fine dei tempi, ma nella vita di ognuno di noi. Quando riconosceremo i nostri errori, questa esperienza ci fortificherà, ci farà crescere e ci rafforzerà nella ricerca del bene. Il libro dell’Apocalisse ci parla, quindi, di ciò che accade nella vita di ogni singolo individuo e, allo stesso tempo, di ciò che accade nella storia dell’umanità nel suo complesso. L’umanità è libera di andare per la sua strada seguendo ciò che la inganna, e Dio lo permette perché possa riconoscere dove si trova il vero bene, ciò che le fa bene e che dura per sempre.

Allora, per ognuno di noi, sarà il tempo del raccolto. Saremo in grado di distinguere il bene dal male. Finalmente riconosceremo il bene che possiamo e vogliamo fare, le opere buone, il grano, che non è più nascosto dietro false apparenze. Quando la gramigna sarà cresciuta, quando il male sarà arrivato fino in fondo, saremo in grado di riconoscerlo, vedremo che non porta frutto, non nutre, non sazia, non porta a nulla di buono, a nulla di duraturo. Allora si raccoglierà il raccolto e saremo in grado di distinguere il bene dal male, le opere buone da quelle cattive, di separare il grano buono dalla gramigna. È anche il tempo della vendemmia. La vite di Dio è il suo popolo, i suoi figli, il succo dei grappoli è rosso come il sangue, immagine della vita. Da questa vita, il male sarà sradicato, spremuto con rabbia perché ha ingannato l’umanità. Questa rabbia illustra il disprezzo di Dio per il male. Ma attenzione, stiamo parlando del male, non delle persone. Gesù sulla croce dà la sua vita, il suo sangue per la salvezza dell’umanità; è il vino dell’amore di Dio che riempie la coppa. In questa vita di Dio non c’è il male; egli ha vinto il male e la morte non rispondendo all’offesa con l’offesa. È il perdono, l’amore, che vince, che strappa il male dal cuore degli uomini. La vittoria di Cristo non è sui suoi nemici; non uccide chi gli fa del male, né si vendica degli uomini. È una vittoria sul male che abita nell’uomo e lo inganna. Dio è arrabbiato con l’inganno, non con nessuno, e alla fine questo inganno viene strappato dal cuore dell’uomo. La vita, il sangue, il succo dell’uva viene spremuto e il male viene estratto, estirpato per sempre. L’uomo è liberato.

Il testo dell’Apocalisse specifica che questo succo viene spremuto fuori dalla città, e questo ricorda il sangue di Cristo che è stato versato sul Calvario, un tumulo fuori dalla città, perché i condannati a morte non vengono giustiziati nella città santa, ma fuori di essa. È stato quando è stato versato il sangue innocente di Cristo che il male è stato sconfitto; l’agnello ucciso non ha risposto all’offesa con l’offesa, ma ha offerto il perdono alla moltitudine. Ecco l’ira di Dio che ottiene la vittoria sul male; il male viene estirpato dal cuore dell’uomo grazie all’eccesso della misericordia divina. Questa è la consumazione della vittoria, una volta per tutte: spetta all’umanità seguire questo cammino ed essere liberata a sua volta. Spetta all’umanità meditare ancora e ancora sugli innocenti torturati e riconoscere il proprio errore. È così che il sangue versato purifica, perché continua a offrire al mondo la visione dell’amore di Dio per i suoi figli, e allo stesso tempo rivela l’errore di coloro che, condannando un innocente alla tortura, pensavano di assicurarsi potere o guadagno. Il Vangelo ripete: non si possono servire due padroni, Dio e il denaro. O perseguiamo i nostri interessi personali a scapito degli altri, a qualunque costo, oppure, quando l’amore lo richiede, siamo pronti a rinunciare ai nostri interessi personali, se questo rischia di danneggiare il nostro prossimo. Il nostro percorso personale non può andare a scapito degli altri, la cosa più importante è l’amore, è l’amore che vince e porta frutti buoni, è l’amore che è il seme buono.

Chi perseguita il giusto condanna se stesso; la coppa che beve, il sangue innocente che versa, diventa la coppa dell’ira, perché quel sangue porta alla sua condanna, al suo giudizio, e lo esclude dalla felicità dell’amore del prossimo. Si veda anche l’articolo su questo tema: Il calice, il giudizio.


Il commentatore Tyconius (IV secolo) afferma esplicitamente che è quando la Chiesa sopporta la persecuzione che domina i suoi nemici, che è vittoriosa sul male.

Tyconius, Commentaire de l’Apocalypse, translated and annotated by Roger Gryson, Brepols, 2011, p. 172, n.12-13 :

E un altro angelo uscì dal tempio, gridando a gran voce a colui che sedeva sulla nube: “Infila la falce e mieti; è giunta l’ora di mietere, perché la messe della terra è matura” (Ap 14,15), cioè la misura dei peccati è piena. L’angelo che grida dal tempio è un comando dato dal Signore nella Chiesa, non a voce alta, ma per ispirazione dello Spirito Santo. Egli agisce nel suo corpo e avverte che è giunto il momento di condannare i malvagi all’anatema, cioè di operare la separazione e di vincere definitivamente gli avversari subendo la persecuzione.
“E colui che sedeva sulla nube gettò la falce sulla terra e la terra fu mietuta” (Ap 14,16). Ovviamente sta parlando in senso spirituale: quando la Chiesa è perseguitata dai malvagi e sopporta pazientemente gli insulti, allora è vinta.

Tyconius, Commentaire de l’Apocalypse, tradotto e annotato da Roger Gryson, Brepols, 2011, p. 176, n.27:

“E una delle quattro bestie diede ai sette angeli sette ampolle d’oro piene dell’ira del Dio vivente per i secoli dei secoli” (Ap 15,7). Queste sono le ampolle che le bestie e gli anziani, che sono la Chiesa e che non sono altro che i sette angeli, portano con i profumi. I profumi corrispondono all’ira di Dio e alla parola di Dio. Tutto questo dà vita ai buoni e porta morte ai malvagi, come dice l’apostolo: “Noi siamo il dolce profumo di Cristo per i salvati e per i perduti, per alcuni un profumo di vita fino alla vita, per altri un profumo di morte fino alla morte” (2 Corinzi 2:15-16).

Di seguito, Tyconius spiega la logica spirituale della Bibbia. In realtà, queste piaghe spirituali sono gli onori di cui godono sulla terra coloro che operano per il male, seguendo le orme del diavolo. Il fatto di poter agire male, senza correzione, e persino di godere di onori per questo, è la peggiore piaga: è la correzione che ci salva.

Tyconius, Commentary on the Apocalypse, translated and annotated by Roger Gryson, Brepols, 2011, p. 177, n.30 e p.179 n.34:

“E il primo angelo andò e versò la sua ampolla sulla terra, e una piaga maligna e crudele apparve sugli uomini che portavano il marchio della bestia e adoravano la sua immagine” (Ap 16,2). Tutte queste piaghe sono di natura spirituale, perché allo stesso tempo l’intero popolo senza Dio sarà preservato da ogni danno corporeo, come se gli fosse stata data piena facoltà di fare il male. Affinché la misura dei peccati sia piena e l’ira divina raggiunga il suo apice (1 Tessalonicesi 2:16), nessuno dei malvagi dovrà essere castigato e trattenuto nella sua ira. “Apparve un’ulcera maligna”, cioè una ferita lancinante piena di pus, ma in senso spirituale, per il fatto che siamo stati abbandonati alla nostra volontà e che non siamo stati in grado di vivere. 
abbandonato alla propria volontà e di commettere volontariamente peccati mortali. […]

In questo momento, però, il diavolo sta onorando i suoi per quanto gli è consentito. Questi onori e questa gioia lo Spirito Santo ha dichiarato essere piaghe e sofferenze.

Tyconius, Commentary on the Apocalypse, translated and annotated by Roger Gryson, Brepols, 2011, p. 184, su Ap 16, 20:

Babilonia è il male universale, presente sia nei pagani che nei falsi fratelli, ma deve essere inteso in base al contesto. Babilonia crolla o beve l’ira di Dio nel momento in cui le viene concesso il potere di attaccare Gerusalemme, soprattutto alla fine dei tempi.

Césaire d’Arles in L’Apocalypse expliquée par Césaire d’Arles, Les Pères dans la foi, DDB, 1989, Paris, Homélie 17, p.136:

“E dalla sua bocca esce una spada a due tagli”: questa è la spada con cui si difendono i giusti e si puniscono i malvagi, “per colpire le nazioni e le governerà con una verga di ferro, lui che calpesta il torchio dell’indignazione e dell’ira di Dio onnipotente” (Ap 19,15). Lo calpesta già ora, quando permette ai malvagi di fare il male e li abbandona ai loro desideri voluttuari; lo calpesterà poi fuori dalla città, cioè fuori dalla Chiesa, quando consegnerà al fuoco della Gehenna coloro che non hanno fatto penitenza.


Testi biblici (traduzione liturgica ufficiale ©AELF):

Isaia 35, 1-10:

Gioisca il deserto e la terra assetata! Si rallegri la terra arida e fiorisca come una rosa; si copra di fiori di campo; esulti e gridi di gioia! Le viene data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Sarone. Vedranno la gloria del Signore, lo splendore del nostro Dio. Rafforza le mani che vengono meno, rendi salde le ginocchia che si piegano, di’ al popolo che è nel panico: “Sii forte, non temere. Questo è il vostro Dio: viene la vendetta, la vendetta di Dio. Egli stesso viene a salvarvi. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno le orecchie dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo e la bocca del muto griderà di gioia, perché l’acqua sgorgherà nel deserto, i ruscelli nella terra arida. La terra arsa si trasformerà in un lago, la regione assetata in acque zampillanti. Dove si aggirano gli sciacalli, l’erba diventerà canne e giunchi. Ci sarà una strada, una via che si chiamerà “Via Sacra”. Gli impuri non vi passeranno – seguiranno il loro cammino – e gli stolti non vi si smarriranno. Non ci sarà nessun leone, nessuna bestia feroce, non se ne troverà nessuna, ma vi cammineranno i redenti. Quelli che il Signore ha liberato torneranno; entreranno in Sion con grida di festa, coronati da una gioia eterna. Gioia e letizia si uniranno a loro, dolore e lamento si allontaneranno.

Il testo parla sì di vendetta, ma questa vendetta consiste nella venuta del Messia, e questa venuta sarà ampiamente descritta dal profeta: è un Messia sofferente, che sarà condotto al macello come un agnello che non apre la bocca. Ecco ancora il paradosso di un Dio che si dice vendicatore, ma che in realtà, esponendosi alla malvagità degli uomini, accetta che essi si accaniscano contro di lui ingiustamente, lui che è innocente, come un agnello. Ed è così che rivela la follia di coloro che lo perseguitano, di coloro che condannano un uomo innocente perché si sentono minacciati dall’uomo giusto che denuncia i loro misfatti. In realtà, dunque, la vendetta di Dio non consiste nel distruggere i suoi nemici: Gesù non causerà la morte di nessuno, ma rivelerà il male che abita in loro e che li spinge alla gelosia e all’odio. È quindi commentando il male che i peccatori si condannano e si separano dalla felicità che Dio offre loro. Gesù, il Messia, è venuto a salvare gli uomini; rivelando la loro cecità, i loro errori e le loro azioni malvagie, offre loro la possibilità di tornare alla giustizia, di dire la verità e di chiedere perdono. La verità, infatti, potrebbe renderli liberi: riconoscendo la loro colpa, il loro egoismo, non dovrebbero più nascondersi dietro un comportamento ipocrita; potrebbero avere accesso al perdono. Gesù è venuto per salvarci, non per condannarci. Ma solo coloro che apriranno i loro cuori per accogliere i fratelli e le sorelle entreranno nella città santa di Sion, il regno di Dio dove regnano la giustizia e l’amore e dove gli uomini vivono in perfetta comunione e armonia tra loro.

Ezechiele 35, 5-6:

Poiché la vostra ostilità è stata perpetua e avete consegnato i figli d’Israele al potere della spada, nel tempo della loro disfatta, nel tempo dell’ultima delle loro iniquità, ebbene, per la mia vita – dichiara il Signore Dio – vi porterò al sangue e il sangue vi perseguirà; poiché non avete odiato il sangue, il sangue vi perseguirà”.

Anche il profeta Ezechiele ci dice che è il sangue versato dei martiri che diventa condanna per coloro che lo versano. Gesù e i martiri offrono la loro vita con l’abbondanza del loro perdono proprio per i loro persecutori, ma se questi ultimi non accettano questo perdono, questo dono, sarà il sangue stesso che hanno versato a condannarli,

Gioele 4, 9-21: 

Gridatelo tra le nazioni, santificatevi per la guerra, eccitate i guerrieri; escano, escano, tutti gli uomini di guerra! Forgiate le spade dai vostri vomeri e i giavellotti dai vostri ganci da potatura; i deboli dicano: “Io sono coraggioso”! Affrettatevi e venite, tutte le nazioni intorno, radunatevi qui. Signore, fai scendere i tuoi prodi! Che le nazioni si sveglino e salgano alla valle di Giosafat (il cui nome significa “Il Signore giudica”), perché è lì che mi siederò per giudicare tutti i popoli intorno a voi. Gettate la falce: la messe è matura; venite a pestare la vendemmia: il torchio è pieno e i tini traboccano di tutto il male che hanno fatto! Ecco, moltitudini e ancora moltitudini nella valle del Giudizio; il giorno del Signore è vicino nella valle del Giudizio! Il sole e la luna si sono oscurati, le stelle hanno ritirato il loro splendore. Il Signore ruggirà da Sion e darà voce da Gerusalemme. Il cielo e la terra sono scossi, ma il Signore è un rifugio per il suo popolo, una fortezza per i figli di Israele. Conoscerete che io sono il Signore vostro Dio, che abita in Sion, il suo monte santo. Gerusalemme sarà un luogo santo; gli stranieri non passeranno più. In quel giorno, il vino nuovo sgorgherà dai monti e il latte dalle colline. Tutti i ruscelli di Giuda saranno pieni d’acqua; una sorgente sgorgherà dalla Casa del Signore e bagnerà il burrone delle Acacie. L’Egitto sarà desolato, Edom sarà un deserto desolato, perché hanno moltiplicato la loro violenza contro i figli di Giuda, hanno sparso il loro sangue innocente nel paese. Ma ci saranno sempre abitanti in Giuda e in Gerusalemme di generazione in generazione. Io vendicherò il loro sangue, che non ho ancora vendicato. E il Signore abiterà in Sion.

Seconda lettera dell’apostolo Pietro 3, 8:

Una cosa non deve sfuggirvi: per il Signore un giorno è come mille anni e mille anni sono come un giorno. Il Signore non è lento nel mantenere la sua promessa, anche se alcuni dicono che è in ritardo. Al contrario, è paziente con voi, perché non vuole che nessuno di voi si smarrisca, ma vuole che tutti arrivino alla conversione.

Di fronte al desiderio di giustizia della gente, che pretende che i nemici siano sconfitti, che inveisce contro Dio quando vede che l’innocente muore in gioventù e il criminale prospera in vecchiaia, San Pietro, seguendo le orme dei profeti, ribadisce che Dio non vuole che i peccatori muoiano, ma che si convertano e tornino a lui, per poter sperimentare la felicità dell’amore fraterno. Così spiega che se vediamo il malvagio persistere nel suo comportamento e rimproveriamo a Dio di non intervenire, in realtà Dio sta offrendo al malvagio un’altra opportunità per convertirsi. Così facendo, agisce in conformità con la sua parola, che ci invita a offrire un’altra possibilità a chi pecca contro di noi, a perdonare 70 volte, 7 volte, a porgere l’altra guancia. Questo gesto da parte di Dio è un gesto di speranza verso i suoi figli, affinché comprendano la disgrazia causata dal loro cattivo comportamento e tornino a lui, alla verità. Quindi il Signore non è lento a mantenere la sua promessa, è paziente.

Nel capitolo 6 della Lettera ai Romani, San Paolo ci parla della liberazione dal peccato che ci viene offerta in Gesù Cristo, dell’accesso dell’uomo alla verità e alla libertà dell’amore, non più incatenato e imprigionato dalle sue azioni malvagie. Infatti, per nascondere le sue azioni malvagie, l’uomo è costretto a commettere altri crimini e spesso a sopprimere la persona giusta che potrebbe rivelarle, portarle alla luce. E anche la violenza chiama violenza; chi uccide con la spada morirà con la spada, come ha detto Gesù. Per sopravvivere su questa terra, per accumulare ricchezza e potere, per garantirsi la sopravvivenza, l’uomo è disposto a uccidere piuttosto che condividere. Si priva della gioia della condivisione, delle relazioni fraterne e amichevoli, e vive nella paura di chi potrebbe denunciarlo o vendicarsi. 

Nella Lettera ai Colossesi, capitoli 2 a 3,4, San Paolo ci racconta il cammino di una persona che si libera dai suoi peccati e arriva ad amare il suo prossimo. Questa liberazione avviene grazie alla grazia di Cristo, al perdono dei peccati ricevuto nel battesimo e all’amore di cui ci riempie.

Nel capitolo 2 della Lettera agli Efesini, San Paolo parla della misericordia e dell’amore di cui Dio ci riempie, della gratuità del suo perdono, dell’offerta della sua vita per salvarci.