Girolamo (in latino: Eusebius Sophronius Hieronymus Stridonensis), nato intorno al 347 a Stridone (oggi nella zona di confine tra Slovenia e Croazia) – morto il 30 settembre 420 a Betlemme. Visse come monaco a Betlemme per oltre trent’anni, durante i quali si dedicò alla traduzione della Bibbia in latino, a partire dai testi originali ebraici e greci.
Girolamo, Commento a Matteo, libro 1, cap. 6, 9-12
Pater noster qui in caelis es. Patrem dicendo se filius confitentur.
Padre nostro che sei nei cieli. Coloro che dicono “padre” professano allo stesso tempo di essere figli.
Sanctificetur nomen tuum, non in te sed in nobis. Si enim propter peccatores nomen dei blasphematur in gentibus, e contrario propter iustos sanctificatur.
Sia santificato il tuo nome, non in te, ma in noi. Infatti, se a causa dei peccatori il nome di Dio è bestemmiato tra i popoli, al contrario, è santificato a causa dei giusti.
Ueniat regnum tuum. Vel generaliter pro totius mundi petit regno ut diabolus in mundo regnare desistat uel ut in unoquoque regnet deus et non regnet peccatum in mortali hominum corpore. Simul que et hoc adtendendum quod grandis audaciae sit et purae conscientiae postulare regnum dei, iudicium non timere.
Venga il tuo regno. O chiede in generale il regno affinché regni su tutto il mondo, in modo che il diavolo smetta di regnare sul mondo, oppure affinché Dio regni in ciascuno e non regni il peccato nel corpo mortale degli uomini. Allo stesso tempo, bisogna stare attenti perché è molto audace e richiede una coscienza pura chiedere il regno di Dio senza temere il giudizio.
Fiat uoluntas tua sicut in caelo et in terra, ut quo modo tibi angeli inculpate seruiunt in caelis, ita in terra seruiant homines. Erubescant ex hac sententia qui cotidie in caelo ruinas mentiuntur. Nam quid nobis prodest caelorum similitudo, si et in caelo peccatum est?
Sia fatta la tua volontà sulla terra come in cielo, che gli uomini ti servano sulla terra come gli angeli ti servono senza colpa nei cieli. Che arrossiscano per questa frase coloro che affermano falsamente che in cielo ci sono cadute [per il peccato]. Infatti, che vantaggio avremmo da una somiglianza con i cieli, se il peccato fosse anche in cielo?
Panem nostrum supersubstantialem da nobis hodie. Quod nos supersubstantialem expressimus, in graeco habetur ἐπιούσιον, quod uerbum lxx interpretes περιούσιον frequentissime transtulerunt.
Considerauimus ergo in hebreo, et ubicumque illi περιούσιον expresserant, nos inuenimus sogolla quod symmachus ἐξαίρετον, id est praecipuum uel egregium, transtulit, licet in quodam loco peculiare interpretatus sit. Quando ergo petimus ut peculiarem uel praecipuum nobis deus tribuat, panem illum petimus qui dicit: ego sum panis qui de caelo descendi
Dacci oggi il nostro pane «supersostanziale». Ciò che abbiamo espresso con «supersostanziale» corrisponde al greco epioúsion, parola che gli interpreti della Septuaginta hanno molto spesso reso con perioúsion. Abbiamo infatti considerato che ovunque, in ebraico, troviamo la parola «sogolla», che è stata molto spesso espressa in greco con perioúsion e che Simmaco ha [a sua volta] tradotto con exaíreton, che significa superiore o eccellente, anche se in un passaggio è stato interpretato con «particolare» [nel senso di ciò che appartiene in proprio].
Quando chiediamo a Dio di darci un pane «particolare» [che sia nostro] o «superiore», chiediamo proprio quel pane che dice: «Io sono il pane disceso dal cielo» (Giovanni 6, 51).
perioúsion: anche nel commento di Origene (vedi l’articolo Origene sul Padre Nostro) viene ricordato questo termine simile a epioúsion. Le sue occorrenze nella traduzione dei Settanta si trovano in Deuteronomio 7, 6; 14, 2; 26, 18 ed è tradizionalmente tradotto con proprietà particolare, tesoro particolare, bene prezioso e corrisponde alla parola ebraica segullah (סְגֻלָּה). Si può notare anche tra le traduzioni aramaiche la parola ‘atiryn prezioso e anche quelle che hanno tradotto il greco epioúsion con prezioso, di valore. Origene spiega la parola greca perioúsion dicendo che questo popolo circonda l’ousía divina, come i sacerdoti che stavano intorno alla tenda dell’incontro dove discendeva la presenza di Dio, la shekinah, e ciò corrisponderebbe al passo di Esodo 19, 6 dove Dio ha messo da parte, ha scelto per sé un popolo santo, un sacerdozio regale. Per Girolamo, quindi, questo pane che è proprietà particolare di Dio, questo pane che è superiore a tutti gli altri, è quello che incarna la divinità, su cui riposa lo Spirito Santo, il pane che è disceso dal cielo.
In euangelio quod appellatur secundum hebraeos pro supersubstantiali pane maar repperi, quod dicitur crastinum, ut sit sensus: panem nostrum crastinum, id est futurum, da nobis hodie. Possumus supersubstantialem panem et aliter intellegere qui super omnes substantias sit et uniuersas superet creaturas. Alii simpliciter putant secundum apostoli sermonem dicentis: habentes uictum et uestitum his contenti sumus, de praesenti tantum cibo sanctos curam gerere, unde et in posterioribus sit praeceptum: nolite cogitare de crastino.
Nel Vangelo chiamato «secondo gli Ebrei», ho individuato la parola «maar» al posto di pane supersostanziale, che si traduce «di domani», in modo tale che il significato sarebbe: «Dacci oggi il nostro pane di domani, cioè futuro». Ma possiamo anche intendere diversamente il pane supersostanziale, nel senso di ciò che è al di sopra di ogni sostanza e che supera ogni creatura. Altri ritengono semplicemente, sulla base delle parole dell’apostolo che dice: «Se abbiamo cibo e vestiti, ci accontentiamo» (1 Timoteo 6, 8), perché i santi si preoccupano solo del cibo per il presente, motivo per cui viene comandato in seguito: «Non pensate al domani».
Questo articolo è un approfondimento di Matteo 6, 9-13 Padre Nostro