Origene (Ὠριγένης) nacque ad Alessandria d’Egitto verso il 185 e morì a Tiro verso il 253. Scrisse numerosi commenti biblici e fu un punto di riferimento per i commentatori successivi sia nel mondo greco che in quello latino. I padri cappadoci, Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa hanno attinto ampiamente alla sua esegesi, che Ambrogio trasmise al mondo latino e a Sant’Agostino. È da notare che i padri cappadoci Basilio e Gregorio di Nazianzo apprezzarono a tal punto l’importanza dell’approccio esegetico di Origene da comporre una “Philocalia”, una raccolta di testi a loro particolarmente amati nelle varie opere di Origene, in particolare testi che, difendendo l’ispirazione divina delle Scritture, si opponevano a interpretazioni gnostiche o troppo “letteraliste” e semplicistiche.
Per un’introduzione più completa alla vita, alle opere e alla dottrina di Origene, si vedano le due udienze a lui dedicate da Papa Benedetto XVI:
http://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070425.html
http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070502.html
[Nota: Nel 553, l’imperatore Giustiniano condannò alcune interpretazioni gnostiche che alcuni monaci, noti come origenisti, avevano introdotto nell’opera di Origene sulla scia del monaco Evagrio il Pontico (346-399). Evagrio e i suoi discepoli origenisti avevano già suscitato una forte opposizione nel IV secolo. Il problema dell’introduzione di tesi gnostiche nell’opera di Origene è stato studiato in particolare da Antoine Guillaumont in Les “Kephalaia gnostica” d’Évagre le Pontique et l’histoire de l’origénisme chez les Grecs et les Syriens, Paris, Seuil, 1962].
Origene (Alessandria d’Egitto, 185 ca. – Tiro, 253 ca.), Peri Eukhēs, 27.
27.1 “Τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον δὸς ἡμῖν σήμερον,” ἢ ὡς ὁ Λουκᾶς-“τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν δίδου ἡμῖν καθ’ ἡμέραν.” ἐπεί τινες ὑπολαμβάνουσι περὶ τοῦ σωματικοῦ ἄρτου λέγεσθαι εὔχεσθαι ἡμᾶς, ἄξιον αὐτῶν τὴν ψευδοδοξίαν διὰ τούτων περιελόντας παραστῆσαι τὸ ἀληθὲς περὶ τοῦ ἐπιουσίου ἄρτου. λεκτέον οὖν πρὸς αὐτοὺς ὅτι πῶς ὁ λέγων δεῖν αἰτεῖν ἐπουράνια καὶ μεγάλα, οὔτε ἐπουρανίου ὄντος τοῦ εἰς τὴν σάρκα ἡμῶν ἀναδιδομένου ἄρτου οὔτε μεγάλου αἰτήματος περὶ τούτου ἀξιοῦν, ὡσπερεὶ κατ’ αὐτοὺς ἐπιλαθόμενος ὧν ἐδίδαξε προςτάτει περὶ ἐπιγείου καὶ μικροῦ ἔντευξιν ἀναφέρειν τῷ πατρί;
27,1 “Il nostro pane ἐπιούσιον [che riguarda “ciò che è”] dacci oggi” o come Luca: “Il nostro pane ἐπιούσιον [relativo a “ciò che è” al di sopra] dacci ogni giorno”. Poiché alcuni intendono che ci viene detto di pregare per il pane corporeo, tolta la loro falsa opinione, questo merita di stabilire il vero riguardo al pane epioúsios [relativo a “ciò che è” al di sopra]. Dobbiamo allora dire loro: “Come mai colui che dice che dobbiamo chiedere cose celesti (ἐπουράνια) e grandi, non essendo né celeste il pane che è dato per la nostra carne, né una grande richiesta quella che chiede, come se, dimenticando le cose che ha insegnato, comandasse di elevare al padre una richiesta riguardante qualcosa di terreno (ἐπιγείου) e piccolo”;
epioúsios (ἐπιούσιος): nel corso di questo articolo vedremo lo sforzo di Origene per spiegare questa parola singolare che, secondo l’interpretazione di Origene, comparirebbe in questo senso solo nei due Vangeli di Matteo e Luca. Secondo la sua interpretazione, questo aggettivo è formato dalla particella epí, che significa “al di sopra”, e dalla parola ousía, la cui derivazione aggettivale -ousíos significa “che concerne l’ousía o relativo all’ousía“. La parola ousía ha una lunga storia non solo nella filosofia greca, ma anche nella storia del cristianesimo. La parola è un sostantivo costruito à partire dal participio del verbo essere (tema ont-) e significa quindi “essere” o “che è”: trattandosi di un sostantivo, cioè di una parola che può avere la funzione di soggetto, potremmo tradurre ousía come “ciò che è” (ciò che ha la qualità di essere). Nel contesto della Bibbia, ciò ricorda la rivelazione di Dio a Mosè, che voleva conoscere il nome di Dio: “Io sono ciò che sono” (Esodo 3:14, vedi l’articolo Il nome di Dio). Mosè allora chiamò Dio “Io sono”. Va notato che anche Gesù dice nel Vangelo: “Io sono” (Giovanni 8:58) e questo fu interpretato come una bestemmia da quelli del tempio che presero delle pietre per lapidarlo. Quindi, traducendo ousía con “ciò che è” ed epí con ‘al di sopra’, Origene può riferirsi al pane “che è al di sopra” o “che è dall’alto” o, ancora meglio, “che ha la qualità dell’essere (ousía) che è al di sopra, in alto”, come dice Gesù.
Così, poco più sotto, Origene riporta un’altra parola dalla traduzione greca della Bibbia, il termine perioúsios, anch’esso formato sulla parola ousía ma preceduto questa volta dalla particella perí, che significa intorno, perché questo aggettivo si riferisce alle persone che stavano intorno alla presenza di Dio. Nel contesto del Padre Nostro, quindi, come vedremo, Origene parla del pane epioúsios come del pane disceso dal cielo, il pane in cui è scesa la presenza divina, secondo le parole stesse di Gesù che ha detto: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo” (Gv 6,51, vedi articolo Gv 6,22-59 Il pane disceso dal cielo).
epouraníou (ἐπουρανίου) ed epigeíou (ἐπιγείου): qui Origene usa due aggettivi che hanno una costruzione simile a epioúsios. Uno per dire ciò che è celeste, che potremmo tradurre “relativo al cielo”, e l’altro per dire terrestre o “relativo alla terra”. Così, come vedremo, Origene pone le premesse per introdurre la spiegazione del termine epioúsios come ciò su cui si trova “ciò che è”, l’ousía. Ma quando parla di ousía, di “ciò che è”, sta parlando di Dio che è eminentemente: “colui che è”. In questo senso, dunque, il pane di cui parla Gesù è il pane che porta la presenza divina, su cui si trova “ciò che è”. Se Origene insiste tanto sul legame tra epioúsios e ousía, è perché questa lettura non era ovvia per tutti, poiché si può anche sostenere che questa parola sia formata dalla particella epí e dal participio del verbo εἶμι che significa andare o venire, anziché dal verbo εἰμί che significa essere. In realtà, non possiamo decidere tra queste due letture e molti hanno tradotto la parola epioúsios “che viene”, “che si avvicina”. La presenza nella stessa frase di altri due aggettivi, epouraníou (celeste) ed epigeíou (terrestre), costruiti in modo simile a epioúsios, non poteva quindi essere casuale e, fornendo altri due aggettivi formati da epí più una formazione aggettivale (-ouraníou e -geíou) dello stesso tipo di -ousíos, cioè “relativo a”, ha voluto sottolineare la presenza quasi sacra della parola ousía. Si noti anche che la parola ousía fu poi utilizzata nel Concilio di Costantinopoli del 381 per esprimere il mistero della Trinità, affermando che Dio è: “mía ousía, treis hupostáseis“, cioè che uno è “ciò che è” e tre sono le ipostasi. Ora, la parola ipostasi significa letteralmente “ciò che sussiste”, perché in Dio ci sono il Padre, il Figlio (o il Verbo di Dio) e lo Spirito Santo. Lo afferma anche l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera (1 Gv 5,7):
ὅτι τρεῖς εἰσιν οἱ μαρτυροῦντες [ἐν τῷ οὐρανῷ, ὁ Πατὴρ, ὁ Λόγος καὶ τὸ ἅγιον Πνεῦμα, καὶ οὗτοι οἱ τρεῖς ἕν εἰσι].
Perché tre sono coloro che rendono testimonianza [in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo, e questi tre sono uno]. (La parte della frase tra parentesi si trova nel testo in uso nella Chiesa greco-ortodossa).
27.2 ἡμεῖς δὲ ἑπόμενοι αὐτῷ διδασκάλῳ, διδάσκοντι τὰ περὶ τοῦ ἄρτου, διὰ πλειόνων ταῦτα παραθησόμεθα. φησὶν ἐν τῷ κατὰ Ἰωάννην πρὸς ἐληλυθότας εἰς Καφαρναοὺμ ζητεῖν αὐτόν- “ἀμὴν λέγω ὑμῖν, ζητεῖτέ με οὐχ εἴδετε σημεῖα, ἀλλ’ ὅτι ἐκ τῶν καὶ ἐχορτάσθητε.” ὁ γὰρ φαγὼν “ἐκ τῶν” ὑπὸ Ἰησοῦ εὐλογηθέντων “ἄρτων” καὶ πληρωθεὶς αὐτῶν μᾶλλον ζητεῖ καταλαβεῖν ἀκριβέστερον τὸν υἱὸν τοῦ θεοῦ καὶ σπεύδει πρὸς αὐτόν. διόπερ καλῶς προστάτει λέγων-“ἐργάζεσθε μὴ τὴν βρῶσιν τὴν ἀπολλυμένην ἀλλὰ βρῶσιν τὴν μένουσαν εἰς ζωὴν αἰώνιον, ἣν ὁ υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου ὑμῖν δώσει”.
27.1 Ma noi che seguiamo questo maestro citeremo molte cose che questo maestro insegna sul pane. Nel Vangelo secondo Giovanni, egli disse a coloro che erano venuti a Cafarnao per cercarlo: “Amen, amen, io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato del pane e vi siete saziati” (Giovanni 6, 26). Infatti, chiunque abbia mangiato il pane che Gesù ha benedetto e ne sia stato saziato, cerca di capire meglio il Figlio di Dio e si precipita da lui. Per questo [Gesù] raccomanda, dicendo: “Non lavorate per il cibo che si corrompe, ma per il cibo che dura fino alla vita eterna, che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6, 27).
πρὸς ταῦτα δὲ πυθομένων τῶν ἀκουσάντων καὶ λεγόντων-“τί ποιῶμεν, ἵνα ἐργαζώμεθα τὰ ἔργα τοῦ θεοῦ; ἀπεκρίθη ὁ Ἰησοῦς καὶ εἶπεν αὐτοῖς- τοῦτό ἐστι τὸ ἔργον τοῦ θεοῦ, ἵνα πιςτεύητε εἰς ὃν ἐκεῖνος.” “ἀπέστειλε” δὲ ὁ θεὸς “τὸν λόγον αὐτοῦ καὶ ἰάσατο αὐτοὺς,” ὡς ἐν ψαλμοῖς γέγραπται, δηλονότι τοὺς νενοσηκότας- ᾧ λόγῳ οἱ πιστεύοντες ἐργάζονται “τὰ ἔργα τοῦ θεοῦ,” ὄντα “βρῶσιν μένουσαν εἰς ζωὴν αἰώνιον.”καὶ “ὁ πατὴρ” δέ μου, φησὶ, “δίδωσιν ὑμῖν τὸν ἄρτον ἐκ τοῦ οὐρανοῦ τὸν ἀληθινόν-.
All’udire ciò, quelli che avevano udito dissero: “Che cosa dobbiamo fare per operare le opere di Dio?”. Gesù rispose e disse loro: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” (Giovanni 6:28-29). Come è scritto nei Salmi (Salmo 101, 20), Dio “mandò la sua Parola e li guarì”, quelli che erano malati: chi crede nella Parola opera le opere di Dio, che sono “cibo per la vita eterna” (Giovanni 6, 27). E dice: “Il Padre mio vi darà il vero pane dal cielo”:
ὁ γὰρ ἄρτος τοῦ θεοῦ ἐστιν ὁ καταβαίνων ἐκ τοῦ καὶ ζωὴν διδοὺς τῷ κόσμῳ.” “ἄρτος” δὲ ἀληθινός ἐστιν ὁ “τὸν” “ἀληθινὸν” τρέφων “ἄνθρωπον,” τὸν “κατ’ εἰκόνα τοῦ θεοῦ” πεποιημένον, ᾧ ὁ τραφεὶς καὶ “καθ’ ὁμοίωσιν” “κτίσαντος” γίνεται. τί δὲ λόγου τῇ ψυχῇ τροφιμώτερον, ἢ τί τῆς σοφίας τοῦ θεοῦ τῷ νῷ τοῦ χωροῦντος αὐτὴν τιμιώτερον; τί δὲ ἀληθείας τῇ λογικῇ φύσει καταλληλότερον;
perché il pane di Dio è colui che scende dal cielo e dà la vita al mondo” (Giovanni 6:32-33). È un vero pane che nutre il vero uomo che è stato fatto a immagine di Dio; chi se ne nutre diventa a somiglianza di colui che lo ha creato. Cosa c’è di più nutriente per l’anima della parola (lógos)? O più prezioso della sapienza di Dio per l’intelletto di chi la contiene? Cosa è più appropriato per la natura dotata di parola (λογικῇ) della verità?
27.3 ἐὰν δέ τις πρὸς ταῦτα ἀνθυποφέρῃ λέγων μὴ ἂν αὐτὸν διδάσκειν ὡς περὶ ἑτέρου ὄντος ἄρτου τοῦ ἐπιουσίου αἰτεῖν, ἀκουέτω ὅτι καὶ τῷ κατὰ Ἰωάνην μὲν ὡς περὶ ἑτέρου τινὸς παρ’ αὐτὸν διαλέγεται, ὅπου δὲ ὡς αὐτὸς ὁ ἄρτος ὤν- ὡς μὲν περὶ ἑτέρου διὰ τούτων-‘Μωϋσῆς δέδωκεν ὑμῖν τὸν ἄρτον ἐκ, τοῦ οὐρανοῦ,οὐ τὸν ἀληθινὸν, ἀλλ’ ὁ πατήρ μου δίδωσιν ὑμῖν τὸν ἐκ τοῦ οὐρανοῦ ἀληθινόν”-.
27.3 Se qualcuno solleva un’obiezione a questo, dicendo che [Gesù] non insegna a chiedere del pane epioúsios [che riguarda “ciò che è” al di sopra] come se fosse qualcos’altro, ascoltate ciò che viene [detto] anche nel [Vangelo] secondo Giovanni, dove in alcuni punti si parla di un pane che è altro da lui [Gesù] e in altri di un pane che è lo stesso: di un [pane] che è altro con queste parole: “Mosè vi ha dato il pane dal cielo, non il vero pane, ma è il Padre mio che vi dà il vero pane dal cielo”. “
ὡς δὲ περὶ αὐτοῦ φησι πρὸς εἰπόντας αὐτῷ- “πάντοτε δὸς ἡμῖν τὸν ἄρτον τοῦτον,” “ἐγώ εἰμι ὁ ἄρτος τῆς ζωῆς- ὁ πρός με οὐ μὴ πεινάσῃ, καὶ ὁ εἰς πιστεύων ἐμὲ διψήσῃ πώποτε.”καὶ μετ” ὀλίγα-“ἐγώ εἰμι ὁ ἄρτος ὁ ζῶν ὁ ἐκ τοῦ καταβάς- ἐάν τις φάγῃ ἐκ τούτου τοῦ ἄρτου, ζήσει εἰς τὸν αἰῶνα- καὶ ὁ ἄρτος δὲ, ὃν ἐγὼ δώσω, ἡ σάρξου ἐστὶν, ἣν ἐγὼ δώσω ὑπὲρ τῆς τοῦ κόσμου ζωῆς.”
A coloro che gli dicono: “Dacci sempre questo pane”, egli risponde: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non abbia mai fame e chi crede in me non avrà mai sete”. (Giovanni 6, 34-35) E poco dopo: “Io sono il pane, il vivente disceso dal cielo: se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo”.
27.4 ἐπεὶ δὲ πᾶσα τροφὴ “ἄρτος” λέγεται κατὰ τὴν γραφὴν, ὡς δῆλον ἐκ τοῦ περὶ Μωϋσέως ἀναγεγράφθαι- “ἄρτον οὐκ” ἔφαγε “τεσσαράκοντα ἡμέρας καὶ ὕδωρ οὐκ” ἔπιε, ποικίλος δέ ἐστι καὶ διάφορος ὁ τρόφιμος λόγος, οὐ πάντων δυναμένων τῇ στεῤῥότητι καὶ εὐτονίᾳ τρέφεσθαι τῶν θείων μαθημάτων- διὰ τοῦτο βουλόμενος παραστῆσαι ἀθλητικὴν τελειοτέροις ἁρμόζουσαν τροφήν φησιν- “ὁ ἄρτος δὲ, ὃν ἐγὼ δώσω, ἡ σάρξ μου ἐστὶν, ἣν ἐγὼ δώσω ὑπὲρ τῆς τοῦ κόσμου ζωῆς,” καὶ μετ’ ὀλίγα-“ἐὰν μὴ φάγητε τὴν σάρκα τοῦ υἱοῦ ἀνθρώπου καὶ πίητε αὐτοῦ τὸ αἷμα, οὐκ ἔχετε ζωὴν ἐν ἑαυτοῖς.
27.4 In secondo luogo, secondo la Scrittura, tutti gli alimenti sono chiamati “pane”, come è evidente da ciò che è scritto di Mosè: “Non mangiò pane per quaranta giorni e non bevve acqua” (Deuteronomio 9:9). La parola che nutre è varia e diversa, poiché non tutti sono in grado di nutrirsi della durezza e del vigore degli insegnamenti divini: per questo, volendo presentare un cibo per atleti adatto ai più completi, dice: “il pane che darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo” e poco dopo : “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”.
ὁ τρώγων μου τὴν σάρκα καὶ πίνων μου τὸ αἷμα ἔχει ζωὴν αἰώνιον, καὶ ἐγὼ ἀναστήσω αὐτὸν ἐν τῇ ἐσχάτῃ ἡμέρᾳ. ἡ γὰρ σάρξ μου ἀληθής ἐστι βρῶσις, καὶ τὸ αἷμά μου ἀληθής ἐστι πόσις. ὁ τρώγων μου τὴν σάρκα καὶ πίνων μου τὸ αἷμα ἐν ἐμοὶ μένει, κἀγὼ ἐν αὐτῷ. καθὼς ἀπέστειλέ με ὁ ζῶν πατὴρ, κἀγὼ ζῶ διὰ τὸν πατέρα- καὶ ὁ τρώγων με κἀκεῖνος ζήσει δι’ ἐμέ”. αὕτη δέ ἐστιν ἡ “ἀληθὴς” “βρῶσις,” “σὰρξ” Χριστοῦ, ἥτις “λόγος” οὖσα γέγονε “σὰρξ” κατὰ τὸ εἰρημένον-“καὶ ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο.” ὅτε δὲ φάγοιμεν καὶ πίοιμεν αὐτὸν, “καὶ ἐσκήνωσεν ἐν ἡμῖν”- ἐπὰν δὲ ἀναδιδῶται, πληροῦται τὸ “ἐθεασάμεθα τὴν δόξαν αὐτοῦ.” “οὗτός ἐστιν ὁ ἄρτος ὁ ἐκ τοῦ οὐρανοῦ καταβὰς, οὐ καθὼς ἔφαγον οἱ πατέρες καὶ ἀπέθανον- ὁ τρώγων τοῦτον <τὸν ἄρτον> ζήσει εἰς τὸν αἰῶνα.”
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna (aiõnion), e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre vivente mi ha mandato e io vivo a causa del Padre, così chi mangia me vivrà a causa mia” (Giovanni 6:53-57). Questo, dunque, è il vero cibo, la carne di Cristo, che era parola (λόγος)e si è fatta carne, come è stato detto: “E la parola si è fatta carne” (Giovanni 1:14). Quando dunque lo mangiamo e lo beviamo [la parola, il lógos], è allora che egli “abitò [piantò la sua tenda] in noi” (Gv 1,15); allora il pane è distribuito e si compie: “Noi vedemmo la sua gloria” (Gv 1,14). “Questo è il pane disceso dal cielo, non come mangiarono i padri e morirono: chi mangia questo pane vivrà in eterno (aiõna)” (Giovanni 6, 58).
…
27.6.13 ἵνα τοίνυν μήτε δι’ ἔνδειαν τροφῶν τὴν ψυχὴν νοσήσωμεν μήτε διὰ “λιμὸν λόγου κυρίου” τῷ θεῷ ἀποθάνωμεν, τὸν ζῶντα ἄρτον, ὅστις ὁ αὐτός ἐστι τῷ ἐπιουσίῳ, πειθόμενοι τῷ διδασκάλῳ σωτῆρι ἡμῶν, πιστεύοντες καὶ βιοῦντες δεξιώτερον, αἰτῶμεν παρὰ τοῦ πατρός. τί δὲ καὶ τὸ “ἐπιούσιον”, ἤδη κατανοητέον. πρῶτον δὲ τοῦτο ἰστέον, ὅτι ἡ λέξις ἡ “ἐπιούσιον” παρ’ οὐδενὶ τῶν Ἑλλήνων οὔτε σοφῶν ὠνόμασται οὔτε ἐν τῇ ἰδιωτῶν συνηθείᾳ τέτριπται, ἀλλ’ ἔοικε πεπλάσθαι ὑπὸ τῶν εὐαγγελιστῶν.
27.6.13 Affinché dunque non ci ammaliamo l’anima per mancanza di cibo, né moriamo a Dio per fame della parola del Signore, chiediamo a Dio il pane vivo, che è lo stesso [del pane] epioúsios [che si riferisce a ousía, “ciò che è” al di sopra], obbedendo al salvatore nostro maestro, credendo e vivendo più rettamente, chiediamo al Padre. Dobbiamo quindi considerare cosa sia il termine “epioúsios”. La prima cosa da sapere è che il termine “epioúsios” [che si riferisce a ousía, “ciò che è”] non è nominato da nessuno dei greci, né dai saggi, né è usato nel [linguaggio] comune, ma sembra essere stato coniato dagli evangelisti.
27.7.5 συνηνέχθησαν γοῦν ὁ Ματθαῖος καὶ ὁ Λουκᾶς περὶ αὐτῆς μηδαμῶς διαφερούσης, αὐτὴν ἐξενηνοχότες. τὸ ὅμοιον δὲ καὶ ἐπ’ ἄλλων οἱ ἑρμηνεύοντες τὰ Ἑβραϊκὰ πεποιήκασιν. τίς γάρ ποτε Ἑλλήνων ἐχρήσατο τῇ “ἐνωτίζου” προσηγορίᾳ ἢ τῇ “ἀκουτίσθητι” ἀντὶ τοῦ “εἰς τὰ ὦτα δέξαι” καὶ “ἀκοῦσαι ποίει”; ἰσομοία τῇ “ἐπιούσιον” προσηγορίᾳ ἐστὶ παρὰ Μωϋσεῖ γεγραμμένη, ὑπὸ θεοῦ εἰρημένη-“ὑμεῖς δὲ ἔσεσθέ μοι””λαὸς περιούσιος.” καὶ δοκεῖ μοι ἑκατέρα λέξις παρὰ τὴν οὐσίαν πεποιῆσθαι, ἡ μὲν <τὸν> εἰς τὴν οὐσίαν συμβαλλόμενον ἄρτον δηλοῦσα, ἡ δὲ τὸν περὶ τὴν καταγινόμενον λαὸν καὶ κοινωνοῦντα αὐτῇ σημαίνουσα.
27.7.5 Tuttavia Matteo e Luca sono d’accordo su questa parola che non ha la minima differenza [nei due vangeli], riportano la stessa cosa. La stessa cosa fecero coloro che interpretarono le parole ebraiche. Quale greco, infatti, ha mai usato l’espressione “enōtizou” (prestare orecchio, ascoltare) o “akoutísthēti” (far sentire) invece di “eis tà ōta déxai” (ricevere nelle orecchie) o “akoûsai poíei” (far sentire). Un’espressione simile a “epioúsios” è stata scritta da Mosè e pronunciata da Dio: “Voi sarete per me un popolo “perioúsios” (che sta intorno alla ousía, a “ciò che è”) (Deuteronomio 7, 6; 14, 2; 26, 18). Mi sembra che ciascuno dei due termini sia stato ricavato da [la parola] ousía (“ciò che è”), uno riferito al pane che è unito all’ousía e l’altro al popolo che abita intorno all’ousía e che è in comunione con essa.
Spiegando la parola “epioúsios”, Origene si riferisce al pane divino disceso dal cielo, la parola di Dio che si è fatta carne in Gesù Cristo ed è stata unita all’ousía del pane, cioè a ciò che è l’essere del pane, ciò che ha le caratteristiche del pane. Questo pane, che secondo le sue caratteristiche terrene è un unico impasto formato da una moltitudine di semi, che sono gli esseri umani, le membra del corpo di Cristo, e la cui ousía divina è Cristo, che è la testa che dà vita al corpo. Infatti, l’essere di Dio, l’ousía per eccellenza, “ciò che è”, è unito all’ousía terrena del pane. Così, spiegando la parola “perioúsios” Origene parla della presenza divina, dell’ousía attorno alla quale sta il popolo, un popolo sacerdotale, come dice Esodo 19,6: “Voi sarete per me un sacerdozio regale”.
Nel suo commento al Vangelo di Matteo, anche Girolamo si sofferma sulla parola perioúsios: Questa traduce la parola ebraica segullah (סְגֻלָּה) che si trova nel testo originale nei passi del libro del Deuteronomio (7, 6; 14, 2; 26, 18) per designare il popolo scelto per essere il tesoro di Dio, un sacerdozio regale che sta accanto a Dio, dove Dio scende tra il suo popolo. (Si veda l’articolo Girolamo sul Padre Nostro).
Ecco uno dei passi del Deuteronomio in cui compare l’espressione laòs perioúsios, sia nell’originale ebraico che nella traduzione greca della Septuaginta:
כִּ֣י עַ֤ם קָדֹושׁ֙ אַתָּ֔ה לַיהוָ֖ה אֱלֹהֶ֑יךָ וּבְךָ֞ בָּחַ֣ר יְהוָ֗ה לִֽהְיֹ֥ות לֹו֙ לְעַ֣ם סְגֻלָּ֔ה מִכֹּל֙ הָֽעַמִּ֔ים אֲשֶׁ֖ר עַל-פְּנֵ֥י הָאֲדָמָֽה׃
ὅτι λαὸς ἅγιος εἶ Κυρίῳ τῷ Θεῷ σου, καὶ σὲ ἐξελέξατο Κύριος ὁ Θεός σου γενέσθαι σε λαὸν αὐτῷ περιούσιον ἀπὸ πάντων τῶν ἐθνῶν ἐπὶ προσώπου τῆς γῆς.
Perché voi siete un popolo santo per il Signore vostro Dio; siete voi che il Signore Dio ha scelto come popolo che è il suo tesoro speciale (in ebraico segullah e in greco perioúsios) tra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra.
Ma Origene, in base al passo citato, tradurrebbe piuttosto con: “il popolo che sta intorno all’essere di Dio, a “ciò che è”, alla “presenza divina”, come quando la presenza di Dio scendeva sulla tenda dell’incontro (Esodo 28,5 e 33,7). Questa tenda dell’incontro, questo tempio di Dio, prefigura Cristo stesso, che nel Vangelo dice: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Gv 2,19), e l’evangelista spiega: “Ma lui, parlava del tempio del suo corpo” (Gv 2,21). Ora, questo pane epioúsios, questo pane che egli offre agli apostoli e alla moltitudine, è effettivamente il suo corpo offerto in sacrificio. Offrirlo in sacrificio implica la comunione con il suo popolo, proprio come l’agnello sacrificato a Pasqua è stato poi consumato, mangiato, per suggellare l’alleanza. Il suo sangue versato per il perdono dei peccati, il suo corpo offerto in sacrificio, cioè in comunione con il sacro, con la presenza di Dio. La parola che Gesù usa (Gv 2,19) per dire lo farò risorgere (ἐγερῶ egerō) corrisponde a quella usata anche in ebraico (qūm tenersi in piedi, iaqīm mettere in piedi) per dire la risurrezione, quando gli uomini staranno in piedi davanti a Dio, che li avrà risuscitati dalle loro tombe.
Origene offre poi un excursus sulla definizione della parola ousía, che restituisce il significato e l’uso di questo termine nel contesto filosofico del tempo.
27.8 ἡ μέντοι κυρίως οὐσία τοῖς μὲν προηγουμένην τὴν τῶν ἀσωμάτων ὑπόστασιν εἶναι φάσκουσι νενόμισται κατὰ τὰ ἀσώματα, τὸ εἶναι βεβαίως ἔχοντα καὶ οὔτε προσθήκην χωροῦντα οὔτε ἀφαίρεσιν πάσχοντα (τοῦτο γὰρ ἴδιον σωμάτων, περὶ ἃ γίνεται ἡ αὔξη ἡ φθίσις παρὰ τὸ εἶναι αὐτὰ ῥευστὰ, δεόμενα τοῦ ὑποστηρίζοντος ἐπεισιόντος καὶ τρέφοντος ὅπερ ἐὰν πλεῖον ἐν καιρῷ ἐπεισίῃ τοῦ ἀποῤῥέοντος, αὔξησις γίνεται, ἐὰν δὲ ἔλαττον, μείωσις- τάχα δέ τινα οὐδ’ ὅλως τὸ ἐπεισιὸν λαμβάνοντα ἐν ἀκράτῳ, ἵν’ οὕτως εἴπω, μειώσει γίνεται),
27.8 Ora, principalmente, [la parola] (ousía) [“ciò che è”] è stata usata a proposito degli esseri incorporei da coloro che affermano che essa è l’ipostasi [“ciò che è sussistente”] degli incorporei e che li precede, e che [gli incorporei] hanno un essere permanente e che non contengono aggiunte né soffrono di sottrazioni (è questa, infatti, la particolarità dei corpi, che crescono e decadono a causa della loro fluidità [sono in continua trasformazione], necessitando ciò che sovviene (ἐπεισιόντος) [continuamente] per sostenerli e nutrirli: se questo sovviene al momento giusto in misura maggiore di quello che viene eliminato, c’è crescita, se ce n’è di meno, [c’è] diminuzione: rapidamente, quindi, se alcuni [corporei] non ricevono nulla di ciò che sovviene [per nutrirli, un apporto] (τὸ ἐπεισιὸν), allora, per così dire, c’è pura diminuzione).
epeisióntos (ἐπεισιόντος): qui Origene fa uso di un verbo epeíseimi (ἐπείσειμι) che significa proprio ciò che avviene dopo. Con questo sembra escludere ulteriormente la possibilità di leggere la parola “epioúsios” riferita al pane, come se significasse il pane che viene dato ogni giorno, quotidianamente. Usando epeíseimi, un verbo vicino a epeîmi, mostra anche che se gli apostoli Matteo e Luca avessero voluto dire questo, avrebbero potuto usare un’altra forma, questa o eventualmente epousíos e non epioúsios, dato che è il termine epousía a essere usato piuttosto per indicare ciò che sovviene ancora e ancora.
τοῖς δὲ ἐπακολουθητικὴν αὐτὴν εἶναι νομίζουσι προηγουμένην δὲ τὴν τῶν σωμάτων ὅροι αὐτῆς οὗτοί εἰσιν- οὐσία ἐστὶν ἢ πρώτη τῶν ὄντων ὕλη, καὶ ἐξ ἧς τὰ ὄντα, ἢ τῶν σωμάτων ὕλη, καὶ ἐξ ἧς τὰ σώματα, ἢ τῶν ὀνομαζομένων, καὶ ἐξ ἧς τὰ ὀνομαζόμενα, ἢ τὸ πρῶτον ὑπόστατον ἄποιον ἢ τὸ προϋφιστάμενον τοῖς οὖσιν ἢ τὸ πάσας δεχόμενον τὰς μεταβολάς τε καὶ ἀλλοιώσεις, αὐτὸ δὲ ἀναλλοίωτον κατὰ τὸν ἴδιον λόγον, ἢ τὸ ὑπομένον πᾶσαν ἀλλοίωσιν καὶ μεταβολήν.
Per coloro che ritengono che essa [l’ousía degli incorporei] sia accessoria, mentre quella [l’ousía] dei corporei li precede, le loro definizioni sono le seguenti: l‘ousía è
– o la prima materia degli esseri [di ciò che è] e gli esseri [ciò che è] provengono da essa
– oppure è la materia dei corpi e i corpi provengono da essa
– o [è l’ousía] di ciò che riceve un nome e ciò che riceve un nome [lo riceve] da essa
– o la prima ipostasi senza qualità
– oppure l’ipostasi [προϋφιστάμενον che è sussistente prima] che precede i quanti
– o quella che riceve tutte le trasformazioni e anche le alterazioni, essendo essa, al contrario di essi, inalterabile secondo il proprio lógos
– o quello che rimane permanente sotto tutte le alterazioni e le trasformazioni.
κατὰ τούτους δὲ ἡ οὐσία ἐστὶν ἄποιός τε καὶ ἀσχημάτιστος κατὰ τὸν ἴδιον λόγον ἀλλ’ οὐδὲ μέγεθος ἀποτεταγμένον ἔχουσα, πάσῃ δὲ ἔγκειται ποιότητι καθάπερ ἕτοιμόν τι χωρίον. ποιότητας δὲ διατακτικῶς λέγουσι τὰς ἐνεργείας καὶ τὰς ποιήσεις κοινῶς, ἐν αἷς εἶναι τὰς κινήσεις καὶ σχέσεις συμβέβηκεν- οὐδέ τινος γὰρ τούτων κατὰ τὸν ἴδιον λόγον μετέχειν φασὶ τὴν οὐσίαν, ἀεὶ δέ τινος αὐτῶν ἀχώριστον εἶναι πάθει τήνδε, οὐδὲν ἧττον καὶ ἐπιδεκτὴν πασῶν τῶν ποιοῦντος ἐνεργειῶν, ὡς ἂν ἐκεῖνο ποιῇ καὶ μεταβάλλῃ- ὁ γὰρ συνὼν αὐτῇ τόνος καὶ δι’ ὅλων κεχωρηκὼς πάσης τε ποιότητος καὶ τῶν περὶ αὐτὴν αἴτιος ἂν οἰκονομιῶν- δι’ ὅλων τε μεταβλητὴν καὶ δι’ ὅλων διαιρετὴν λέγουσιν εἶναι, καὶ πᾶσαν οὐσίαν πάσῃ συγχεῖσθαι δύνασθαι, ἡνωμένην μέντοι.
Ora, secondo costoro l’ousía è priva di qualità e non può essergli attribuita una forma (askhēmátistos) secondo il proprio lógos, non avendo neppure una grandezza attribuibile; eppure, essa sottende ogni qualità come se fosse una sorta di superficie [o spazio] adattabile. Chiamano qualità il modo in cui sono ordinati gli atti (ἐνεργείας) e le produzioni (ποιήσεις) nel cui essere sono avvenuti movimenti e stati; infatti, dicono che l’ousía non è partecipe di uno di questi secondo il proprio lógos, ma che sempre è inseparabile da uno di questi per il fatto di subire quello che è là, nessuna essendo minore e capace di ricevere qualsiasi tipo di atto dell’agente, in qualsiasi momento quest’ultimo produca o trasformi; infatti, a questo [all’ousía] è associata una forza (τόνος) e questa rimane attraverso l’insieme di ogni qualità e causa tra tutte quelle che possono riguardarla; dicono che può trasformarsi in tutto e dividersi in tutto e che ogni ousía è in grado di mescolarsi con ogni ousía, avendo fatto tutt’uno [con essa].
Qui Origene sembra fare riferimento ad alcuni passi di Aristotele, in particolare: Metafisica, Libro 5 (Delta), 1017b 10-25.
27.9 ἐπεὶ δὲ περὶ τῆς οὐσίας ζητοῦντες διὰ “τὸν ἐπιούσιον” “ἄρτον” καὶ τὸν περιούσιον λαὸν εἰς τὸ τὰ σημαίνοντα διακριθῆναι οὐσίας τῆς ταῦτ’ εἰρήκαμεν, ἄρτος δὲ ἐν τοῖς πρὸ τούτων νοητὸς, ὃν αἰτεῖν ἡμᾶς ἐχρῆν, ἀναγκαῖον συγγενῆ τῷ ἄρτῳ τὴν οὐσίαν εἶναι νοεῖν- ἵν’ ὥσπερ ὁ σωματικὸς ἄρτος ἀναδιδόμενος εἰς τὸ τοῦ τρεφομένου σῶμα12 αὐτοῦ εἰς τὴν οὐσίαν, οὕτως “ὁ ζῶν” καὶ “ἐξ οὐρανοῦ” καταβεβηκὼς “ἄρτος” ἀναδιδόμενος εἰς τὸν νοῦν καὶ τὴν ψυχὴν μεταδῷ τῆς ἰδίας δυνάμεως τῷ ἐμπαρεσχηκότι ἑαυτὸν τῇ ἀπ’ αὐτοῦ τροφῇ- καὶ οὕτως ἔσται ὃν αἰτοῦμεν “ἄρτον” “ἐπιούσιον.”
27.9 Poiché in ciò che ho detto cercando l’ousía attraverso il pane epioúsios e il popolo perioúsios in modo da distinguere i significati [del termine] ousía, il pane che dovevamo chiedere,secondo quanto precede, era intelligibile, è necessario capire che l‘ousía è dello stesso tipo del pane: come il pane corporeo somministrato al corpo di colui che si nutre passa alla sua ousía, così il pane “vivente” e che scende “dal cielo” trasmetterebbe il suo potere proprio all’intelletto e alla psykhē di colui che si è abbandonato al potere dell’alimento provienente da questo, così sarà con il pane epioúsios che cerchiamo [ci trasmetterà il suo potere].
καὶ πάλιν ὃν τρόπον κατὰ τὴν ποιότητα τῆς “τροφῆς,” “στερεᾶς” οὔσης καὶ ἀθληταῖς ἁρμοζούσης ἢ γαλακτώδους τινὸς καὶ λαχανώδους, ἐν διαφόρῳ δυνάμει ὁ τρεφόμενος γίνεται, οὕτως ἀκόλουθόν ἐστι, τοῦ λόγου τοῦ θεοῦ ἤτοι ὡς γάλακτος παιδίοις ἁρμοζόντως διδομένου ἢ λαχάνου ἀσθενοῦσιν ἐπιτηδείως ἢ σαρκὸς ἀγωνιζομένοις προς καίρως, ἕκαστον τῶν τρεφομένων κατὰ τὴν ἀναλογίαν, ᾧ ἐμπαρέσχεν ἑαυτὸν λόγῳ, τόδε τι ἢ τόδε δύνασθαι καὶ τοιόνδε γίνεσθαι.
E ancora, secondo un altro punto di vista, come colui che viene nutrito assume una potenza diversa a seconda della qualità del cibo, solido e adatto agli atleti o proveniente dal latte o vegetale, così ne consegue che, se la parola di Dio viene data come latte adatto ai bambini o come verdura adatta ai malati o come carne adatta a chi combatte, ognuno di coloro che vengono nutriti, nella misura in cui si è abbandonato alla parola, sarà capace di questo o quello, diventerà in questo o quel modo.
ἔστι μέντοι γε τὶς νομιζομένη τροφὴ, οὖσα δηλητήριος, καὶ ἑτέρα νοσοποιὸς καὶ ἄλλη μηδὲ ἀναδοθῆναι δυναμένη- ἅπερ πάντα κατ’ ἀναλογίαν μετενεκτέον ἐστὶ καὶ ἐπὶ τὰς διαφορὰς τῶν νομιζομένων τροφίμων μαθημάτων. ἐπιούσιος τοίνυν ἄρτος ὁ τῇ φύσει τῇ λογικῇ καταλληλότατος καὶ τῇ οὐσίᾳ αὐτῇ συγγενὴς, ὑγείαν ἅμα καὶ εὐεξίαν ἰσχὺν περιποιῶν τῇ ψυχῇ καὶ τῆς ἰδίας ἀθανασίας (ἀθάνατος γὰρ ὁ λόγος τοῦ θεοῦ) μεταδιδοὺς τῷ ἐσθίοντι αὐτοῦ.
Infatti, c’è un cibo che viene considerato tale, ma è dannoso, un altro che fa ammalare e un altro che non può essere somministrato: tutti questi, appunto, possono corrispondere, per analogia, ai diversi tipi di insegnamenti che nutrono [lo spirito]. Il pane epioúsios, dunque, è quello che corrisponde alla natura della parola e che è dello stesso tipo dell’ousía, e allo stesso tempo fornisce all’anima salute, buona condizione e forza, e trasmette la propria immortalità a chi lo mangia (essendo, appunto, la parola di Dio immortale).
27.10 οὗτος δὴ ὁ ἐπιούσιος ἄρτος ἄλλῳ ὀνόματι δοκεῖ μοι ἐν τῇ γραφῇ “ξύλον ζωῆς” ὠνομάσθαι, ἐφ’ ὅπερ ὁ “τὴν χεῖρα” καὶ λαβὼν ἀπ’ αὐτοῦ “ζήσεται εἰς τὸν αἰῶνα.” καὶ τρίτῳ ὀνόματι τοῦτο τὸ “ξύλον” “σοφία” τοῦ θεοῦ ὀνομάζεται παρὰ τῷ Σολομῶντι διὰ τούτων-“ξύλον ζωῆς ἐστι πᾶσι τοῖς ἀντεχομένοις αὐτῆς, καὶ τοῖς ἐπερειδομένοις ὡς ἐπὶ κύριον ἀσφαλής.”
27.10 Ora, questo stesso pane epioúsios mi sembra sia chiamato, nella Scrittura, con un altro nome, quello di “albero della vita”, infatti chi “stenderà la mano e ne prenderà vivrà nei secoli” (Genesi 3:22) e questo albero è chiamato con un terzo nome, quello di “sapienza di Dio”, da Salomone attraverso queste parole: “Per tutti coloro che vi si aggrappano [la sapienza] è un albero di vita, e per coloro che vi si appoggiano è come appoggiarsi al Signore stabile” (Proverbi 3:18).
ἐπεὶ δὲ καὶ οἱ ἄγγελοι σοφίᾳ τρέφονται θεοῦ, ἀπὸ τῆς κατὰ τὴν ἀλήθειαν μετὰ σοφίας θεωρίας δυναμούμενοι πρὸς τὸ ἴδια ἔργα ἐπιτελεῖν, λέγεται ἐν ψαλμοῖς καὶ τοὺς ἀγγέλους τρέφεσθαι, κοινωνούντων τῶν ἀνθρώπων τοῦ θεοῦ, οἵτινες Ἑβραῖοι προσαγορεύονται, τοῖς ἀγγέλοις καὶ οἱονεὶ συνεστίων αὐτοῖς γινομένων. τοιοῦτον δέ ἐστι τὸ “ἄρτον ἀγγέλων ἔφαγεν ἄνθρωπος”.
In secondo luogo, anche gli angeli si nutrono della sapienza di Dio, grazie alla quale sono in grado di compiere le opere loro proprie secondo la verità che deriva dalla contemplazione della sapienza, poiché nei Salmi si dice che gli angeli si nutrono, gli uomini di Dio, quelli che sono chiamati Ebrei, hanno questo in comune con gli angeli ed è come se partecipassero allo stesso pasto con loro. È in questo senso che si dice: “L’uomo ha mangiato il pane degli angeli” (Salmo 77,25).
μὴ γὰρ ἐπὶ τοσοῦτον πτωχεύσαι ὁ νοῦς ἡμῶν, ὡς οἰηθῆναι σωματικοῦ τινος ἄρτου, τοῦ ἱστορουμένου οὐρανόθεν ἐπὶ τοὺς ἐξεληλυθότας τὴν Αἴγυπτον καταβεβηκέναι, τοὺς ἀγγέλους ἀεὶ μεταλαμβάνοντας τρέφεσθαι, τούτου αὐτοῦ κεκοινωνηκότων τῶν Ἑβραίων τοῖς ἀγγέλοις, τοῖς λειτουργικοῖς τοῦ θεοῦ πνεύμασιν.
Infatti, il nostro intelletto non deve essere così povero da pensare che tale pane sia come quel pane corporeo, che si dice sia disceso dal cielo su coloro che erano usciti dall’Egitto, e che è partecipando a questo pane che gli angeli si nutrono sempre, e che è questo stesso pane che gli Ebrei hanno condiviso con gli angeli, che sono gli spiriti che svolgono il servizio di Dio.
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τούτων δὴ οὕτως ἐχόντων καὶ τοσαύτης διαφορᾶς βρωμάτων οὔσης, εἷς παρὰ πάντας τοὺς εἰρημένους ἐστὶν ὁ ἐπιούσιος ἄρτος, περὶ οὗ εὔχεσθαι δεῖ, ἵνα ἐκείνου ἀξιωθῶμεν καὶ τρεφόμενοι τῷ “ἐν ἀρχῇ” “πρὸς θεὸν” θεῷ λόγῳ θεοποιηθῶμεν. ἐρεῖ δέ τις τὸ “ἐπιούσιον” παρὰ τὸ ἐπιέναι κατεσχηματίσθαι, ὥστε αἰτεῖν ἡμᾶς κελεύεσθαι τὸν ἄρτον οἰκεῖον τοῦ μέλλοντος αἰῶνος, ἵνα προλαβὼν αὐτὸν ὁ θεὸς ἤδη ἡμῖν δωρήσηται, ὥστε τὸ οἱονεὶ αὔριον δοθησόμενον “σήμερον” ἡμῖν δοθῆναι, “σήμερον” μὲν τοῦ ἐνεςτῶτος αἰῶνος λαμβανομένου αὔριον δὲ τοῦ μέλλοντος. ἀλλὰ βελτίονος οὔσης τῆς προτέρας ἐκδοχῆς ὅσον ἐπ’ ἐμοὶ κριτῇ, τὸ περὶ τῆς “σήμερον” παρὰ τῷ Ματθαίῳ τούτοις προσκείμενον ἢ τὸ “καθ’ ἡμέραν” παρὰ τῷ Λουκᾷ γεγραμμένον ἐξετάσωμεν.
Stando così le cose, ed essendo così grande la differenza degli alimenti, uno solo di tutti quelli che sono stati nominati è il pane epioúsios, riguardo al quale dobbiamo pregare, affinché ne siamo degni, e affinché, nutriti dalla parola di Dio, che “in principio” (in arkhē) era con Dio, possiamo essere divinizzati. Allora qualcuno dirà che la parola epioúsion è formata dal verbo epiénai (venire, avvicinarsi), in modo tale che siamo invitati a chiedere il pane che appartiene all’età futura, in modo tale che, anticipandolo Dio, ci venga già dato, affinché ci venga dato oggi il pane che avrebbe dovuto essere dato domani, intendendo “oggi” l’età presente e “domani” l’età futura. Ma, essendo a mio avviso migliore la prima interpretazione, esaminiamo attentamente la [parola] sēmeron (oggi) che viene aggiunta a queste in Matteo o la [parola] kath’heméran (ogni giorno) scritta in Luca.
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29,1 “Καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμὸν, ἀλλὰ ῥῦσαι ἡμᾶς ἀπὸ τοῦ πονηροῦ”- τὸ δὲ “ἀλλὰ ῥῦσαι ἡμᾶς τοῦ πονηροῦ” παρὰ τῷ Λουκᾷ σεσιώπηται. εἰ μὴ ἀδύνατα προςτάττει ὁ σωτὴρ ἡμᾶς εὔχεσθαι, ζητήσεώς μοι ἄξιον φαίνεται, πῶς κελευόμεθα, παντὸς τοῦ ἐπὶ γῆς ἀνθρώπων βίου πειρατηρίου ὄντος, προσεύχεσθαι μὴ εἰσελθεῖν “εἰς πειρασμόν.” ᾗ γάρ ἐσμεν ἐπὶ γῆς περικείμενοι τὴν στρατευομένην σάρκα “κατὰ τοῦ πνεύματος,” ἧς “τὸ φρόνημα” “ἔχθρα” ἐστὶν “εἰς θεὸν,” μηδαμῶς δυναμένης ὑποτάσσεςθαι “τῷ νόμῳ τοῦ θεοῦ,” ἐν πειρασμῷ ἐσμεν.
29.1 E non farci entrare nella prova, ma liberaci dal male. Ora, nel [Vangelo di] Luca, [la frase] “ma liberaci dal male” è omessa. Se il Salvatore non ci ordina di pregare per cose impossibili, mi sembra che questo meriti un’indagine: “Come si può chiedere di non entrare nella prova, se tutta la vita dell’uomo sulla terra è una prova? Infatti, poiché sulla terra siamo rivestiti di una carne che è in guerra con lo spirito e la cui “intenzione è odio verso Dio”, non essendo in alcun modo capace di essere soggetta “alla legge di Dio” (Galati 5, 17), siamo nella prova.
29.2ὅτι δὲ “πειρατήριον” πᾶς “ὁ” “ἐπὶ γῆς” ἀνθρώπινος “βίος,” ἀπὸ τοῦ Ἰὼβ μεμαθήκαμεν διὰ τούτων-“πότερον οὐχὶ πειρατήριόν ἐστιν ὁ βίος τῶν ἀνθρώπων ἐπὶ γῆς;” καὶ ἀπὸ τοῦ ἑπτακαιδεκάτου ψαλμοῦ τὸ αὐτὸ δηλοῦται ἐν τῷ-“ἐν σοὶ ῥυσθήσομαι ἀπὸ πειρατηρίου.” ἀλλὰ καὶ ὁ Παῦλος Κορινθίοις γράφων οὐχὶ τὸ μὴ πειράζεσθαι τὸ μὴ παρὰ δύναμιν πειράζεσθαί φησι χαρίζεσθαι τὸν θεὸν, λέγων-“πειρασμὸς ὑμᾶς οὐκ εἴληφεν εἰ μὴ ἀνθρώπινος- πιστὸς δὲ ὁ θεὸς, ὃς οὐκ ἐάσει ὑμᾶς πειρασθῆναι ὑπὲρ ὃ δύνασθε, ἀλλὰ ποιήσει σὺν τῷ πειρασμῷ καὶ τὴν ἔκβασιν τοῦ δύνασθαι ὑπενεγκεῖν.”
29.2 Che tutta la vita dell’uomo sulla terra sia una prova, lo apprendiamo da Giobbe attraverso queste parole: “La vita degli uomini sulla terra non è forse una prova?” (Giobbe 7:1) e nel Salmo 17 lo stesso viene mostrato attraverso queste parole: “In te sarò libero dall’esser messo alla prova” (Salmo 17:30). Ma anche Paolo, scrivendo ai Corinzi, afferma che Dio estende la grazia non di non essere messi alla prova, ma di non essere messi alla prova oltre le proprie forze, dicendo: “La prova non si è impadronita di noi senza che fosse alla portata dell’uomo: ora Dio, di cui ci si deve fidare (πιστὸς), non permetterà che siamo provati al di là di quanto è in nostro potere, ma insieme alla prova fornirà anche la via d’uscita per poterla sopportare.” (1 Corinzi 10:13)
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29.9 πᾶς τοίνυν “ὁ βίος”, καθὼς προείρηται, τοῦ “ἀνθρώπου ἐπὶ τῆς γῆς” “ἐστι” “πειρατήριον”- διόπερ εὐχώμεθα ῥυσθῆναι πειρατηρίου, οὐκ ἐν τῷ μὴ πειράζεσθαι (τοῦτο γὰρ ἀμήχανον, μάλιστα τοῖς “ἐπὶ γῆς”) ἀλλὰ ἐν τῷ μὴ ἡττᾶσθαι πειραζομένους.
29.9 Pertanto, come è stato detto, “Tutta la vita dell’uomo sulla terra è una prova” (Giobbe 7:1). Per questo preghiamo di essere liberati dall’esser messi alla prova, non nel senso di essere liberati dall’esser provati (questo è impossibile, soprattutto per chi è sulla terra), ma affinché quando siamo provati, non siamo sconfitti.
Origene ci dà il significato della prova, che è quello di mostrare la grandezza dell’uomo. Dio vuole che l’uomo sia un riflesso della sua gloria, per santificare il suo nome, il nome di Dio. Quando l’uomo esce vittorioso dalla prova, si manifesta la vittoria dell’amore e Dio conduce l’uomo attraverso la prova nel senso che lo guida, lo sostiene nella difficoltà e gli dà i mezzi, lo aiuta a superarla. Quando l’amore è messo alla prova, quando si viene traditi dai propri simili, odiati e umiliati, la tentazione è quella di cedere all’odio e alla vendetta, invece di cercare di conquistare il cuore del nemico attraverso l’amore, guardandolo come un fratello e un amico. È questo sguardo incondizionato di Dio verso le sue creature che permette all’uomo di vedere nel suo persecutore un fratello e di cercare costantemente la vittoria sul male che li separa e affligge il cuore umano. Perdonare all’infinito, dare ancora e ancora una nuova opportunità, porgere l’altra guancia per trovare la strada che conduce insieme verso il regno dove i figli di Dio vivono come fratelli e sorelle.
Questo articolo è un approfondimento su Matteo 6, 9-13 Padre nostro